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...ROMA BELLA M’APPARE

...ROMA BELLA M’APPARE

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 12' di lettura

Roma. E mo? Se vuoi mettere in difficoltà un romano chiedigli di parlare di Roma.

 Niente ci capita per caso, questo ce lo siamo detti e ridetti tutti mille volte, ma tra le cose che ti capitano in momenti che sembrano scritti, nessuna mi è mai capitata più giusta di questa.

 Roma. Ora. Quindi io. Dovrei scrivere di me, senza scrivere di me. Perché cosi funziona qui. Non c'è distanza da queste parti. Roma è i romani, e viceversa. Ognuno di noi se ne porta dentro pregi e difetti. Ed è per questo che solo con lei sa durare questo infinito e irrisolto rapporto di conflittualità. Roma è il nostro specchio, e non di quelli che riflettono i lineamenti, ma di quelli che ti rimandano indietro l'essenza, e di fronte a specchi del genere è praticamente impossibile starci bene.

 E allora mi ci lancio dento volentieri. Proprio ora. Ho accettato di ficcarmi in ‘sto labirinto che sono, proprio perché ho la netta sensazione che li, da qualche parte nascosta, ci sia anche la risposta. L'errore, se di errore si tratta, o la pace, se di errore non si trattasse. Comunque la chiave. E allora si che ha senso buttarsi dentro Roma. Qui, e solo qui, questa chiave potrebbe trovarsi.

 Comincio sempre dalla stessa parte. E Roma ne ha di meraviglie, ma questa è LA meraviglia. Che poi neanche lo scegliessi di proposito... comunque Colosseo. Non so se vi è mai capitato di notarlo, ma è lui che ha dato quel colore roseo che Roma, e solo Roma, si porta addosso. Quel magico calore che la veste, ad ogni ora del giorno e della notte, da duemila anni. Se lui non fosse stato cosi Roma avrebbe avuto un altro colore, e nessuna delle meraviglie che la compongono avrebbe avuto più senso, perché a Roma, anche se uno non se ne rende conto, è di questo che ci si innamora: del colore. E se uno è distratto può viverci anche trent'anni senza accorgersene, perché non sta davanti e non sta dietro, non sta sopra, non sta sotto e non sta neanche intorno; ma si poggia sugli occhi di chi guarda. Delicatissimo.

 

 

 La strada che va dal Colosseo a Piazza Venezia è sospesa nel tempo. Letteralmente. Basta un minimo di attenzione, davvero, è un viaggio precluso solo agli sciocchi. Un minimo, e sei in grado di passare dal 2017 al SEMPRE. In via dei Fori Imperiali c'è tutta l'eternità per cui Roma è famosa.

 Sono quasi le 20:00. Il sole si spegne e si accendono i lampioni. Gli artisti smontano; i centurioni parlano al telefono, gli uomini senza testa tornano ad avere un volto e tutti vanno via. Si fa scuro e tutti vanno via. Pensare invece che questo è il momento della giornata che io preferisco. Credo sia un qualcosa che ha a che fare con l'intimità: i Fori son belli sempre, ma di giorno non sono di nessuno, e sono lì per tutti; a quest'ora sono di Roma e soprattutto non sono qui "per", sono qui "con". Come quando padre e madre, che di giorno si dedicano a mille faccende, bellissimi, ma incasinati, arrivano alla sera e si fermano a tavola a cenare. Sono stati in mille posti per sbrigare servizi; per lavorare, per qualcuno a cui serviva qualcosa... ma a cena possono finalmente perdere il "per", chiamare il figlio, e trasformarlo in "con". Seduti a tavola CON la famiglia. Ecco, io mi sento come quel bambino, con la mamma e il papà seduti in casa con lui. Intimi.

 Mi siedo davanti alla Colonna Traiana. C'è profumo di castagne. Ho da poco finito una riunione, ho ancora la cravatta al collo e sono seduto di fronte alla Colonna Traiana illuminata, nel pieno dei Fori Imperiali, tra il Colosseo e il Vittoriano, mentre un ragazzo con l'armonica suona e canta Alleluia. A quanti nel mondo può mai capitare una cosa del genere? A quanti? Questo ti fa Roma: ti abitua ad un livello di bellezza fuori dal normale, che poi tu sarai costretto a ricercare in ogni gesto della tua vita.

 La cosa incredibile di questa città è il numero infinito di attrazioni turistiche, cioè, qui non è come nel resto del mondo. Le altre città, anche le più belle, le più piene, ti danno aria. Ovunque hai tempo per assimilare, per capire, per goderti il bello di quello che hai incontrato mentre vai a cercarne altro. A Roma no. Roma è un mulino, e chi la visita è l’acqua che viene presa e lanciata, poi ripresa e rilanciata, in continuazione. Una giostra. Ti mangia, e probabilmente meno metaforicamente di quanto uno sappia immaginare.

 Se una cosa posso consigliarla, questa è che a Roma sarebbe il caso di perdersi. Lasciare in tasca mappe e cellulari e andarsene un po’ a caso, abbandonandocisi. Tanto, comunque, è talmente piena di roba che da qualche parte si risbuca, tra l’altro senza doverci impiegare troppo tempo. Ma l’intorno, in quegli spazi di caso, è pura autenticità. Roma canta, balla, suona, corre e spesso grida, ma li, senza bisogno di farci neanche particolare attenzione, la si può sentire respirare. E a volte, se si è fortunati, con luce e silenzi giusti, si ha l’impressione di respirare con lei.

 Ed io, vagando e respirando, ho finito per uscire a Piazza Navona. C’è un fortissimo odore di broccoli, se non è Roma questa…

 Piazza Navona è la piazza degli artisti: pittori, attori, intrattenitori e musicisti se la dividono, più o meno da sempre, in due parti praticamente uguali. Io, gira che ti rigira, finisco col sedermi sempre dalla parte dei pittori.

 Magari per la familiarità, dato che mio zio cosi ci si guadagna da vivere, ma del gesto del dipingere ne sono da sempre appassionato.

 Mi piacciono molto i quadri e adoro andare a visitare mostre, ma non è tanto il quadro in sé ad interessarmi, quanto il gesto vero e proprio della realizzazione. L’attimo del movimento del pennello. Il quadro finiamo per guardarlo appeso ad un qualsiasi muro, ed è lì che solitamente cerchiamo la bellezza, ma io sono convinto che il colore stia tutto nel percorso che il pennello fa dalla tavolozza alla tela. Lì c’è tutta la magia dell’intenzione del pittore, e quel tipo di magia sa restare nell’aria, proprio come il profumo della tempera.

 Ed è proprio quando un mio amico me ne spiegò il gesto nascosto dentro l’opera più importante che cominciai ad apprezzare questa piazza. Nella Fontana dei Fiumi, che si trova esattamente davanti alla chiesa di Sant’Agnese realizzata su progetto di Borromini, Lorenzo Bernini avrebbe disegnato due delle figure con la volontà di deridere la costruzione del rivale. Una con una mano sollevata nell’intento di proteggersi dalla probabile caduta dell’edificio e l’altra che sembra nascondere la testa sotto un velo tentando di non guardare l’orrenda opera dirimpettaia.

 Il lavoro più incredibile di Piazza Navona avrebbe, come espressione centrale, nient’altro che un gesto. Geniale.

 

 

 Passeggiare per il lungotevere è sempre un'esperienza chiarificatrice; tra l’altro proprio quella che oggi aspettavo. Qui nasce il più grande contrasto di Roma. Al livello della città tutto è impazzito, frenetico; ma se scendi al livello del fiume, tutto, in un attimo, si fa immobile. Di tutti i posti di Roma, il Tevere resta il mio preferito. E non tanto per la bellezza, chiaramente mutilata dal tempo, ma per la lentezza. A Roma tutto corre, tranne lui. Lungo il Tevere si va lenti.

 Sugli argini è quasi tutto abbandonato. La fonte di vita dell'intera città, uno dei principali motivi per cui Roma stessa è esistita, dimenticato. Mi sembra così assurdo. Sui ponti è pieno di turisti che fotografano, e fotografano anche me, ma nessuno scende. Guardano, anche ammirati, ma nessuno viene a vedere davvero. Chissà che effetto deve fargli sto scemo seduto di sotto a scrivere. Passano veloci, anche loro, come tutto di sopra, e velocemente riguarderanno e faranno vedere ‘sta foto scattata al ragazzo con la coppola che ai piedi dei ponti romani scriveva in riva al fiume, senza capire quanta vita, lentamente, gli sia scappata via davanti agli occhi solo per il non aver scelto di scendere.

 Le cose in disuso hanno su di me un fascino inspiegabile, anche quelle morte; figurarsi quanta può averne una ancora cosi viva e potente, lasciata lì, a scorrere sola.

 Un signore anziano da dietro un pioppo mi sorride, due gabbiani volano a pelo d'acqua in cerca di cibo, sotto di me il fiume continua il suo eterno scorrere, e con lui le poche foglie che quest'inizio di autunno romano ha fatto cadere. Il sole tramonta, e ponti e case, alberi e cielo, fiume e aria, cominciano a prendere quel favoloso colore che è di qui, e di qui soltanto. Tanto frenetica quanto delicata. Roma è dei colori del pastello.

 

 Riprendere la macchina per fare da Circo Massimo a Piazza del Popolo è quasi una follia, una di quelle avventure delle quali può godere solo chi davvero non ha nulla da fare. E io, grazie a Dio, oggi sono fra quelli. Che poi oggi… il romano è maestro nel ricavarsi continuamente spazi di piacere. Sa viaggiare nella vita con ritmo ciondolante, e questo movimento indefinito, di continuo esserci e non esserci, è quello che poi scandisce anche i tempi della città. Il dolce far niente, che spesso altrove è visto come un’inutile perdita di tempo, è qui invece una parte integrante della romanità.

 Comunque, per capire il traffico, c’è da immaginare, insieme al mescolarsi infinito dei vari momenti dell’andamento romano che finiscono inevitabilmente col produrre imprecazioni di ogni genere, milioni di macchine riversate in una città che ha cominciato ad essere disegnata più di duemila anni fa. Se non fosse semplice basterebbe solo visualizzare la differenza di mole tra le prime fiat 500 e quelle di oggi: sono raddoppiate, e molte delle strade di Roma sarebbero strette anche per le bighe. Ecco, ora tornate ad immaginarvici milioni di mezzi di oggi, tra macchine, moto, camion e autobus. Una pazzia, davvero. Una pazzia.

 Vero è anche però che si, qui non ci si muove, che probabilmente siamo in troppi e che il traffico immobile ti blocca, ma se si sa spostare lo sguardo un po’ più in su ci si può perdere nello spettacolo delle foglie, già arrossate, che in questo periodo pencolano, precarie, dai rami dei platani sul lungotevere mentre lo scirocco, ancora caldo, le accarezza portandone a spasso il profumo, e degli storni di uccelli che, come ci racconta anche Calvino, cominciano a raccogliersi a centinaia di migliaia, provenienti dal Nord, in attesa di partire tutti insieme per le coste dell’Africa.

 Si, Roma sa esser bella anche così. E per raccontarla meglio altro non posso fare che riportare le parole di un cantautore romano:

“La Roma che conosco, du’ ore pe’ fa’ un metro,

però mentre te blocca, te fa’ vede’ San Pietro.”

 

Così, esattamente così.

 

 

 Guardarla da qui me lo rende ancora più chiaro. Troppo spesso immaginiamo l’arrivo come un qualcosa da andare a prendere in chissà che posto distante, come se l’arrivo fosse da qualche parte nascosto per il mondo. Ed è la cosa più assurda e lontana dalla verità che questi anni di viaggio mi hanno insegnato. Perché non è vero che noi siamo qui e che dobbiamo andarci a prendere un qualcosa che sta lì, chissà dove, ma è vero il contrario: ci siamo allontanati dal noi più intimo, e più continuiamo ad allontanarci più inevitabilmente continueremo a sentirci persi. E continuiamo ad allontanarci perché abbiamo preso la strada sbagliata. Abbiamo accettato un errore, quello della proiezione esterna, come soluzione. Cerchiamo tutto altrove!

 Ma non dobbiamo andare da nessuna parte, bensì tornare. Dobbiamo tornare a noi. È un percorso che va fatto al contrario, e la soluzione, la risposta, sta nella strada che da chissà dove può riportarci indietro. Un vecchio detto di qui dice che tutte le strade portano a Roma, ed è vero, semplicemente perché è partendo da Roma che sono state costruite. Quindi, come sempre, l’andare assume il suo senso più magico quando si riprende la strada del ritorno. Per cui, proprio come vale per Roma, vale per noi: tutte le strade che abbiamo preso per andare, possiamo prenderle per tornare.

Tutte le strade portano a Noi.

 

“Ho attraversato molti luoghi, cambiando più paesi che scarpe”

 

 Ed esattamente come lo leggo lo scrivo, ed è vero, anche perché le mie poi son quasi sempre quelle: di tela, basse. E allora, magari, non è lo sceglier bene, il preferire, ma semplicemente quel che si è a portarci dove dobbiamo. Deve essere per forza cosi, e probabilmente è un qualcosa di molto più logico di quanto io possa riuscire a spiegare. Finisce cosi, d’improvviso se sei distratto, da sempre se guardi con attenzione, che la vita ti mette intorno quel che sei. Niente di più, niente di meno.

 E allora si, c’è da felicitarsi con sé quando ci appare meraviglioso, cosi come c’è da trovare in noi la chiave del cambiamento quando invece gira male.

 Senza cercare fuori, senza dar colpa ad altro, ad altri. Siamo noi quel che ci circonda. Perché assurdo è pensare che il noi che siamo possa terminare dove arrivano le braccia; sarebbe molto più corretto pensare che siamo quello che riusciamo a sentire, il fin dove siamo in grado di vedere. Cosi dev’essere. Perché non può essere né fortuna né caso che io sia nato e vissuto qui.

 Ogni suono una musica, ogni scorcio un quadro. Mille lingue, mille volti. E la mattina dopo altre mille lingue, altri mille volti, ma insieme al solito, a quel che sa di casa e di famiglia. Si vendono le uova fresche, il pane fatto in casa, agli angoli dei vicoli mercati di frutta.

 Mutamento e stabilità. Radici e memoria che, proprio perché salde, non devono temere la fusione col mondo.

 E io posso star qui, seduto a guardare, a sentire, tra fontane e vento, tra musica e arte, quanto è bello quel che sono diventato se quel che sono diventato mi ha riportato qui, immerso nella meraviglia.


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