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BORDERLINE! Tra Toronto e NY

BORDERLINE! Tra Toronto e NY

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 Ci son delle cose che non cambiano praticamente mai, come il mio arrivare alla partenza in aeroporto il più tardi possibile, ed altre che invece pare possano cambiare, come ad esempio il trovare posti disponibili sull’aereo. Non è una gran notizia, ma uno di noi tre dovrà restare a terra perché Alitalia su Toronto è in overbooking ed ha due soli sedili disponibli.

 Cerchiamo di valutare tutte le opzioni e di vagliare le varie opportunità per organizzarci in modo da andare comunque tutti, ma finisce che a terra deve restare Federico. Gli facciam chiamare qualcuno che lo rivenga a prendere ed io e Fabiana ci avviamo all’imbarco.

 Siamo infastiditi, ultimamente partiamo spesso insieme e sta cosa ci scoccia assai, ma tra le opzioni vagliate non avevamo considerato la potenza della benedizione di Nadia, cosi, proprio mentre superavamo il gate, sentiamo gridare un nanetto buffo e goffo che corre disperato verso di noi. Una signora per errore invece di prendere lo scalo è uscita dall’aeroporto, per cui Federico prenderà il suo posto. Ci dispiace per lei, ma buon per noi.

 Io e Federico siamo entrambi appassionati di NBA, quindi la prima cosa che facciamo appena messo piede in Canada è ficcarci in un taxi per farci portare all’Air Canada Center. Stanno giocando i Toronto Raptors, dai calcoli col fuso che abbiamo fatto la partita dovrebbe essere quasi finita, ma tentare nulla ci costa.

 Di nuovo tra le opzioni valutate ce ne dimentichiamo una, e questa volta è il traffico di Toronto. Arriviamo nei pressi dello stadio che la gente già defluisce per le strade, allegri aggiungerei, quindi i Raptors devono anche aver vinto. Vabbè, vedremo la prossima.

 Tira vento e fa freddo, molto freddo; le donne girano in leggings e gli uomini, barbuti e non, ora hanno su la maglia dei Maple Leafs. Tutti, rumorosi ma ordinati, guardano tra strada e grill bar la partita di hockey.
 E la guardiamo anche noi, meno rumorosi ma di certo non meno sorridenti.
 Nei super vendono il bacon essiccato, lo sciroppo d’acero, i costumi da alce e la porta dell’hotel stasera ce l’ha aperta un procione che vagava per le vie. Roba da far sorridere.
 Ti rincorrevo da anni, ben trovato Canada.

 

 La mattina si porta dietro, come tutte le prime mattine nel continente americano, vari tipi di cookies, strane bevande al cioccolato, poco sonno e molta voglia di fare.

 L’aria è pungente ma il sole è alto e limpido. Passeggiamo a lungo, tra parchi e grattacieli, tra rive di lago e centri commerciali, fino ad arrivare al city hall. Qui ci fermiamo un po’ seduti.

 La piazza è grande, le persone vanno e vengono, ma senza frenesia. Verso la fine c’è una scritta, poco prima il letto di una pista da pattinaggio e nel mezzo tavolini e sedie. Che a uno verrebbe da dire embè?  i tavolini e le sedie, e invece sono il centro della questione. Qui le famiglie si fermano, disfano i pacchetti e fanno i pik nik.

 Magari può sembrar cosa da poco, ma a me, l’idea di famiglie che vengono a fare i pik nik nel centro di Toronto, piace da impazzire!

Comunque oh, se davvero la vita si misurasse in paesi invece che in anni sarei vecchio tanto.

 Un vecchio felice.

 Ma siamo qui per altro, e oggi pomeriggio Toronto gioca a Washington, quindi c’è da trovare un posto che trasmetta la partita. Ne troviamo uno in Dundas Square, si chiama Shark’s Club.

 Ecco, io una cosa del genere non solo non l’avevo mai vista, ma sinceramente non me l’ero neanche mai immaginata. Uno sport bar, aperto dalla colazione al dopo cena, con pareti e colonne tappezzati di schermi dove vengono trasmessi in diretta tutti gli eventi sportivi d’america e i più rilevanti del mondo, e con al centro, alle spalle del bancone, un enorme maxischermo che proietta l’evento principale.

 Si mangia, si beve, si canta, si tifa e poi ci si saluta. Che tu sia di una squadra o dell’altra poco cambia, è cosi, ad oltranza, dalla mattina alla sera. E allora anche noi mangiamo, beviamo e tifiamo.

 Toronto vince ancora, e visto che se tutto va come deve andare in semifinale dovrebbero incontrare Cleveland, noi abbiamo qualche possibilità di veder giocare dal vivo LeBron James.

 Nel frattempo compriamo i biglietti per andare a vedere i Blu Jays che stasera affronteranno i Red Sox. Non ho mai visto una partita di baseball e sinceramente non ne conosco neanche le regole; speriam bene. Solo che la partita comincia alle 21, e questo vuol dire che abbiamo tempo per prendere il battello proprio sotto la CN Tower, andare sull’isola a vedere lo skyline di Toronto al tramonto e tornare.

 Siamo ovviamente arrivati tardi, e quindi abbiamo dovuto correre, sia al battello d’andata che a quello di ritorno, solo che nel mezzo, abbandonata la frenesia, la fortuna ci ha ficcati in uno spazio di meravigliosa quiete e di colori straordinari.

 Non c’è granché, ma è un granché che basta.

Qui va cosi, ci si gela, si cammina e si guarda.
 Si sorride, soprattutto si sorride.

Siamo stanchi, ma ci aspetta il baseball, quindi tram e via alla partita. All’entrata, appena superati i metal detector, ci regalano una maglia da indossare e ci indicano dove andare per raggiungere il nostro posto.

 Non ho molto da dire in verità, se non che l’intrattenimento è una cosa straordinaria; gli eventi sportivi da queste parti sono totalizzanti (qui non si limitano ad offrire l’evento in se, ma li riempiono in modo da permettere a chi ne fruisce di godere di uno spettacolo a 360 gradi); che il tifo è organizzato da chi gestisce la regia dell’evento (roba impensabile da noi); che due birre le abbiam pagate 24 dollari e che il baseball fondamentalmente è una noia mortale.

 La cosa più divertente è una signora super tifosa che salta e urla come una pazza. Come un qualsiasi tifoso di calcio in Italia in verità, ma in sto contesto sembra una pazza.

 Dei risvegli americani abbiamo già parlato, solo che stavolta ci vanno aggiunte le storie instagram d Davide Lacerenza e Federico che ha pensato bene di andare al parco a farsi mordere il dito da uno scoiattolo. Mah.

 Dopo questo il solito, fino a che non ci facciamo una passeggiata raggiungendo la stazione dei bus e ne prendiamo uno per le cascate del Niagara.

 Il viaggio è bello lunghino, e a tratti è anche interessante quel che intorno ci capita, solo che all’arrivo è solo delusione. Le cascate fanno schifo. Che poi poverine, loro poco c’entrano. Nulla pretendono se non lo spazio per cadere e poi scorrere; siamo noi che andiamo li pensando di trovare chissà cosa, e invece, appunto: acqua che cade, e poi scorre.
 Però per farmi la foto Fabiana si è messa sulle spalle di Federico, che per portarla nella posizione giusta si muoveva lateralmente a mo di granchio mentre lei per pulire la fotocamera gli asciugava il cellulare sulla testa. Ecco, il vero spettacolo sono stati loro.
 Stanotte ho sognato una mia amica, le ho scritto e lei mi ha raccontato che ieri non ha mangiato perché a volte le rode, ma poi ci pensa bene, le passa e le torna la fame. Non c’entra nulla ma mi è piaciuto e lo volevo dire.
 Viva la vita!

 Prendiamo l’aereo, e se a qualcuno intressasse, si, alla fine in semifinale di playoff sono arrivati Toronto Raptors e Cleveland Cavaliers, proprio quello che sognavamo per vedere LeBron, solo che ovviamente sono andati per le lunghe e gara 1 sta iniziando ora, mentre noi cominciamo a decollare. Ce la vediamo in volo, che alla fine non è male, però stra porca la miseria!!!

 C’è una cosa di New York che mai smetterà di sorprendermi, ed è la dirompente potenza della vita. La prima cosa che si impara prima di venir qui è che questa città è piena di musei, tutti straordinari, ma la prima cosa invece che ti salta agli occhi subito dopo aver messo piede per strada è che il museo più bello è la città stessa. Ciò che ha di più intenso è la vita che gli si muove dentro e la cosa più appassionante da fare è mettersi li, e perdercisi.

 Non è una città, o per lo meno non il tipo di città che noi siamo abituati a vivere. Sembra non esserci spazio per chi rallenta, proprio come nella giungla, e invece poi di spazio ce n’è, e per tutti.

 È una bomba, carica di vita, piena di talenti in lotta con una pressione che non possono vincere, ma dalla quale non possono neanche essere sconfitti. Quindi li vedi così, a metà tra chi sa di non poter vincere ma, allo stesso tempo, con la consapevolezza che ha chi sa di non poter essere sconfitto.

 Le persone, sono le persone il fulcro di sta creatura tanto assurda quanto straordinaria.

 Comunque siamo andati a vedere lo skyline di Manhattan, il pub di How I Meet Your Mother e ora siamo di nuovo qui, in Time Square.

 È lunedi, e in fondo non è che un lunedì come un altro, solo che il sorriso mi fa la faccia a patata!


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