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CADIZFORNIA
 9' di lettura

 Io ho la febbre, e pare non abbia intenzione di lasciarmi in fretta, ma oggi è il 2 del mese, il settimo 2 del mese, e se una cosa fino ad oggi è sempre stata uguale, è che io il 2 son finito in una meraviglia.

  E così è.

 Le piazze qui straripano in alberi e giardini; le strade son di ciottoli, strette, silenziose; dalle finestre delle cucine esce il rumore delle padelle che friggono; la stanza dove dormo da su un patio e la signora che la tiene è bassa, cicciottella e con un sorriso tanto grande quanto educato.

 Cadiz è una cittadina del Messico centrale, però con la fortuna del mare.

 Il settimo due del mese. Non poteva essere altrimenti.

 

 Oggi la città è immersa in una strana foschia, come se le nuvole le fossero scese a camminare per le strade; e con i palazzi che alternano colori sgargianti al tiepido del senape, i balconi in stile coloniale e i profili delle chiome degli alberi che spuntano dalle piazze, riesce ad essere di un fascino difficile da raccontare.

 Vorrei scrivere qualcosa, ma ho la mente distratta e non mi riesce. È come se non fossi qui; cioè con il corpo si, ma la testa se ne va passeggiando tra mucchi di roba inutile che negli anni devo aver accumulato. Quindi, in un momento normale, avrei potuto raccontare di quanto è bella la Cattedrale dentro la quale mi trovo, di cosa penso del suono delle campane che sono appena partite o dell’effetto che fa la luce che entra dalle cupole rimbalzando tra gli stucchi delle pareti, e invece le uniche cose che sembrano interessarmi sono la rete anti caduta piazzata cinque o sei metri sopra la mia testa, che non capisco dalla caduta di cosa dovrebbe proteggermi, e la strana pelata del signore che mi siede davanti.

 Ah, no, c’è un’altra cosa, ed è la tristezza che mi mette il vedere così tante persone sedute sole con l’audioguida all’orecchio. Siamo tutti qui per lo stesso motivo, la cattedrale e la mostra d’arte, e il meglio che sappiamo fare è metterci seduti uno di fianco all’altro rimanendo soli. Mah!

 Usciti dalla  Cattedrale ci siamo ficcati per i vicoli del Barrio del Populo, ed è stato di una bellezza travolgente, ma delicata. Qui il tempo sembra essersi fermato. È chiaro che non siamo nel 2018, o magari, ed è una cosa che bisognerebbe cominciare a valutare,  si può stare nel 2018 anche senza tormentarsi nella ricerca del consumo e nella morsa della concorrenza spietata.

 Di belle me ne son capitate due: la prima è stata comprare bottarga essiccata tagliata a tocchetti e venduta in coni dove noi solitamente teniamo le patatine fritte da un signore baffuto al mercado central, e la seconda il sentire il profumo che sentivo da piccolo a casa di nonna salire da ste strade di ciottoli che a quanto pare lavano in maniera quasi ossessiva.

 Solo che ora sono a mangiare in un angolo di plaza de Mina, la mia piazza preferita, e cosa più bella di questa proprio non poteva capitarmi.

 Non so quanto possa essere interessante la cosa, ma nel sottoscala del nostro ostello vive un grillo. Vive inteso nel vero senso della parola. Lui sta lì, il giorno canta e la notte dorme, e fin qui può non fare una piega; quello che non capisco è il come faccia la signora che gestisce la casa a starci di fianco tutto il giorno senza andare a dargli la caccia.

 Comunque, come sempre quando si sta sull’oceano, i tramonti sono una bomba di venti e colori. La cosa che qui rende tutto un po’ più prezioso però e che chi ci vive se li venga a guardare.

 Passeggiano, giocano, pescano, dipingono o semplicemente, come me, siedono e aspettano, ma fatto sta che In tutti i giorni in cui io son stato qui, le spiagge sono sempre state piene di persone evidentemente convinte che nulla, tra le cose che uno nel momento in cui cala il sole può trovarsi a dover fare, possa esser meglio del venire a salutare la giornata che se ne va.

 Ora capisco perché la chiamano Cadizfornia.

 Dopo qualche giorno di cibo, passi, tramonti e quiete, riprendiamo la macchina per andare a fare quel che qui saremmo venuti a fare: andare a caccia di onde.

 Arrivati a Conil de la Frontera ci troviamo in quella che è l’atmosfera solita, e tra l’altro una delle cose più belle, del fare surf in Spagna; e cioè il camminare per i pueblos dell’oceano la mattina presto, quando tutto è ancora chiuso, mentre le onde in lontananza rompono e suonano.

 Oggi, ad esempio, siamo entrati a El Palmar, e per la prima volta nella mia vita ho capito cosa vuol dire davvero fare il surf.

 Le onde erano grandi e la tavola piccola, ma ormai ho provato sia un bel po’ di onde che un bel po’ di tavole; quello che mai avevo provato è il non sentirmi all’altezza.

 Questa parte di oceano mi ha preso, misurato, stremato e solo alla fine risputato sulla spiaggia.

 Io sono un coraggioso, per molti uno spregiudicato, e fino ad oggi non avevo conosciuto onda che mi spaventasse, oceano o non oceano. Mi hanno lanciato, mi hanno schiacciato, mi hanno frullato, ma mai, mai, spaventato. Ecco, oggi mi è capitato di remarne una, e quando mi ci son trovato sopra di provare terrore. Terrore! E da lì sopra ho finalmente visto il surf.

 Il surf non è divertimento, non è sole, non è spiaggia e probabilmente non è neanche mare; è una prova, una sfida, che degli ossessionati dell’inesplorato, affrontando la natura più selvaggia, lanciano a loro stessi, e a loro stessi soltanto, in cambio di un attimo di libertà.

 Poco altro c’è da spiegare, se non che per un certo tipo di anime, quelle che sanno star di fianco all’inquietudine, quell’attimo è vero e proprio cibo. E nella vita si può resistere un po’ a tutto, ma non di certo alla fame.

 Le giornate corron via lente, e noi ci godiamo la riva come solo a chi fa il surf è concesso. Spiagge vuote, nessun bagnante e oceano e vento che tirano onde. Un paradiso.

 Solo il tempo che stringe riesce a portarci via, ma è un portar via che non lascia rimorsi. Di schiaffi ne abbiam presi, e davanti abbiamo un’opportunità che rincorro da tempo, quindi borse sulle spalle e via, verso la fine del mondo.

 

 Gibilterra, per uno come me, è una bomba inesplorabile. È un luogo che sa esistere senza esistere, e a dirlo cosi è ovvio che sappia di presa in giro, ma a camminarci è esattamente quel che ti fa respirare. Ci sono posti in sta terra che non sono figli dello stare, del rimanere, nonostante abbiano poi case e strade esattamente come gli altri. Quel che cambia è la componente magica di tutti i luoghi, e cioè i popoli.

 Chi vive qui è abituato al transito, e in chi è abituato al movimento non può esistere l’idea della conservazione, quantomeno il tipo di idea di conservazione che noi conosciamo, perché hanno nella natura l’incontro. Qui è unica la lingua, è unica la cucina e sono unici anche i gesti, i movimenti, proprio perché solo qui tre culture che solitamente sono dominanti hanno saputo trovare un esatto mix.

 Da qui guardare sembra essere più facile. Accade sempre cosi quando si è in posti di sabbia, capaci di riadattasi al passaggio di ogni differenza.
 
C’è una cosa che qui, più che altrove, mi si pianta sottopelle, quasi prepotente: l’origine del cambiamento. O meglio, anche se provare a spiegarlo sinteticamente tutto è tranne che semplice, il bisogno di trovare il momento in cui abbiamo deciso, come società, di cambiar strada.  Quando ci siam persi il coraggio di provare ad essere quel che davvero siamo.

 Molto di quello che io sono ad esempio passa attraverso l’andare, e se fossi nato qualche secolo fa sarei senz’altro stato un navigatore. E non per coraggio, ma per necessità. Che è il motivo per il quale secondo me le persone prendono il largo. Necessità. 

 Com'è possibile che invece oggi sembriamo avere tutti le stesse?

 Vale lo stesso detto per il surf. Chi ha fame deve andare, e mangiare. Che poi è esattamente questo quel che si sente: un morso allo stomaco, un misto di paura e soddisfazione, che null’altro sarebbe in grado ne di creare, ne di soddisfare. Fame e sazietà.

 C’è un certo tipo di bellezza nel sentirsi lontani, soli; ed è la bellezza destinata ai tormentati. Solo che i tormentati sembrano esser rimasti gli unici col coraggio di provare, di andare a cercare. Le gioie costano sudore, quel che conta è riuscire a trovare in se la forza per coltivarle, ma sembriamo averlo dimenticato.

 Comunque son venuto per un motivo, uno ed uno soltanto. Quindi è ora di andare a guardare.

 Lo so che a vederla così non sembra che una montagna, una roccia, ma qui, esattamente qui, un tempo si credeva finisse il mondo.
 La seconda colonna d’Ercole ce l’ho invece di fronte, ma da queste parti di fronte vuol dire Africa. Marocco.
 Per spiegarne qualcosina dovrei raccontare di un caffè, che da Tangeri si affaccia sul mare, e dei suoi tempi, dei suoi odori, delle sue luci. Dovrei poi anche raccontare di come qui faccia ad esistere una lingua che c’è ovunque, ma che non si parla da nessun’altra parte, di cosa vuol dire vivere un posto che va e viene, da sempre, ma senza muoversi di un centimetro e soprattutto del perché qui sappiano scappar via così veloci le nuvole.
 Dovrei poi spiegare anche come può un uomo conoscer cose che non ha mai visto, ma sono storie del mare, e credo che per rispettarle chi viaggia debba fermarsi all’ascoltare.

 Ho i piedi nell’acqua dove un tempo finiva il mondo e nelle orecchie mi passano venti che raccontano di lingue lontane. È questa la vita che sognavo da bambino!


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