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CANTABRIA SURF CAMP
 8' di lettura

 La moleskine che ho appena aperto porta su un prezzo, trentuno qualcosa, che mi fa pensare di averla comprata in qualche parte dell’Europa dell’est. Tra l’altro nel pacchetto ho scoperto essercene due, e questo si che proprio non lo immaginavo.

 Sarà per i fatti che stanno avvenendo in sti giorni, sarà probabilmente per la foga con la quale persone di solito super tranquille si sono rivolte nei confronti di poveri cristi in difficoltà, ma oggi, per giunta seduto in un aeroporto, per uno che fa quello che faccio io scrivere Europa è un po’ più difficile. Mi vergogno in verità, perché noi italiani sembriamo quasi odiarla, senz’altro sembriamo non meritarla, impegnati come siamo nella costante ricerca di un motivo per discriminarla, come se il fatto stesso di poter attraversare in disinvoltura frontiere lungo le quali nei secoli ci siamo massacrati non basti a renderla necessaria.

 Fortuna vuole che oggi Ciampino sia semi deserto, cosi che io possa sentirmi meno fuori luogo.

 Sta volta non ho l’ukulele, ma ho due libri, uno di poesie e uno che racconta di un’avventura di surf. 
 Una ragazza mi si è avvicinata perché mi ha visto da solo, seduto a terra, e trenta secondi dopo le è suonato il telefono. La suoneria ha cantato: “sai che ho la testa sulle nuvole e non ho voglia di scendere”. Mi va roprio così, più o meno da quando ho memoria.

 Appena tornata mi ha detto che in viaggio soli è meglio. Può esser vero. Lo dicevamo oggi con un collega: meglio soli che nuvole.

Let’s go surfing!

 Non so bene cosa aspettarmi da ‘sto viaggio, per il momento però nelle cuffiette mi faccio suonare la solita canzone di Taylor Steele che sempre mi accompagna quando si tratta di surf, e la solita è anche la panchina dove siedo ogni volta che qui aspetto il bus per Santander. Il solito probabilmente è anche il bus dell’ALSA che ho davanti, ma oggi lo dovrò guardare andar via, i ragazzi di Surf4passion mi stanno venendo a prendere per portarmi a Somo.

 C’è il sole, anche se il cielo è parzialmente coperto, e soprattutto c’è il vento. Speriamo ci siano anche le onde!

leggere un libro

 La prima uscita è andata via veloce. Ho faticato un po’ a trovare il grip sulla tavola e poi un fastidio al collo mi ha costretto a surfare con la muta aperta, e nel freddo dell’acqua dell’oceano non è mai una buona idea.

 Finita la session ci siamo fermati un po’ al surf cafè che c’è sulla playa di Somo, e metre gli altri hanno ordinato una birra, io e Daniele siamo rimasti un attimo allo skate park dove un ragazzo ha provato, e tra l’altro chiuso, un trick mostruoso!

 Strana è la vita del surfista; uno la immagina di azione, in continua esplosione, e non che non lo sia, ma è invece soprattutto di attesa e di ricerca. Più precisamente di ricerca attraverso l’attesa che ad un occhio distratto potrebbe sembrare di spot e di onde, ma che poi invece è soprattutto ricerca di sé. O, meglio ancora, del posto o del momento in cui collocarsi in mezzo al tutto che ci circonda. Ti porta all’io, ma soprattutto all’ora.

 Si srotola lenta, e proprio perché lenta si fa ancor più piena. Piena di quegli spazi che spesso la vita di oggi tende a portar via; e quegli spazi, dove a volte si piazzano anche fastidi e insoddisfazioni, poi finiscono col riempirsi di luci, di colori, di vento, di suoni e di riflessioni. Tutto perché l’atto del surfare non è un qualcosa che si può soddisfare a piacimento, come può succedere invece con gli altri sport, ma è l’imprevedibile e momentaneo congiungimento di una lunga serie di situazioni che, essendo appunto momentanee ed imprevedibili, vanno cercate e attese.

 Siamo tutti spesso proiettati verso il futuro o verso il passato, ma la caratteristica principale del surf, che è lo svilupparsi nella lunghezza del tempo, a chi si fa la cortesia di tenere il cellulare nello zaino da una strepitosa opportunità: l’io, qui, e adesso.

 Davanti l’oceano sbuffa, anche se per via della marea da molto lontano, il vento morbido ora viene e ora va, e con lui le nuvole, quello che par restare immobile, oltre al sole alto, siamo noi e le nostre tavole. La mia è poggiata su una duna, con la prua verso il mare e con la scritta che ha stampata sulla base che punta dritta verso me. Life is better when you surf, dice.

 Simone legge un libro, Ellen prende il sole, Daniele suona la chitarra e io e Vincenzo ascoltiamo. Si, la vita è migliore quando si surfa!

surf camp

 Il second day è stato duro, la giornata più dura da quando mi sono avvicinato al surf. Ho un’infiammazione al braccio che di tanto in tanto torna a farsi sentire, e oggi ha pensato bene di farlo mentre spingevo per un take off. Non volevo arrendermi, ma ha vinto lei.

 Il bello del surf è che sei tu, nella natura, senza arma alcuna. Ti misuri e la misuri, fondendotici, e giuro che per rubare strada all’oceano devi davvero dare tutto quello che hai, in ogni centimetro, e una delle cose che questo sport ti costringe ad imparare è l’ascoltare, ma quell’ascoltare che non si fa con le orecchie e che forse si esprime meglio in inglese con la parola feeling. Ecco, ti obbliga al feeling, all’entrare in sintonia.

 Quel sentire, necessario per comprendere al meglio tutto quello che attorno ti si muove, è un sentire che prima di tutto devi al tuo corpo. Io non ho ascoltato, e mi sono fatto male. Ma un’altra cosa che il surf ti insegna, appunto, è che non si molla un centimetro, quindi ora surf house, tavole dentro, riposo, e poi dritti a sfidare di nuovo le fucking waves!surf house

 Le mattine da queste parti cominciano lente, hanno il sapore delle cose rilassate, anche se quando si sveglia Ellen, che tra l’altro è l’ultima a farlo, ricordarsi che invece nel posto dal quale veniamo le abitudini sono altre, e di certo meno morbide, è roba di un attimo.

 Oggi non ho ancora surfato, il braccio mi fa un male cane e nonostante gli antinfiammatori di Alessandra il dolore non sembra voler diminuire, ma paradossalmente è stata la giornata più importante del mio surf camp. Sono rimasto solo, quindi mi sono potuto dedicare un po’ allo skate, e poi me ne sono venuto qui, sulla duna, a guardare il mare. È stata una rivelazione.

 Se c’è qualcosa che resta complicato nel mio comunque modesto surf, non è il prendere un’onda e neanche il surfarla, ma è la comprensione del mare, e questo perché io mi ci sono sempre rapportato come ci si rapporta con un qualcosa che sta. Ed è anche cosi, ma di certo non solo. Il mare si muove, e non è solo questione di onde e di maree; danza, e lo fa su un palco immenso che copre non come lo coprirebbe una prima ballerina, ma come lo farebbe una sconfinata compagnia di danzatori organizzati in blocchi che tra loro interagiscono. Ha in sé una capacità che nel mondo è di poche cose, e che io fin ora avevo riconosciuto solo nei deserti sabbiosi: è sempre lo stesso, ma è sempre nuovo.

spiaggia e libro

 Il pomeriggio invece lo abbiamo passato a Langre, che ha una baia meravigliosa chiusa dentro un dirupo alto almeno una ventina di metri fatto a semicerchio, e un’acqua limpida e del colore dello smeraldo. Surfare qui è una meraviglia, e a quanto pare lo pensano anche i locals che, infastiditi, vengono ad intimarci di lasciare la spiaggia… la questione si chiude in fretta ed Ellen, io e Daniele ci ficchiamo finalmente in mare.

 Daniele al solito, sul surf è straordinario, ma Ellen sta diventando incredibile, ogni volta che mettiamo le tavole in acqua lei aggiunge un pezzo alla sua surfata, bravissima davvero; ed io, nel mio, mi sono fatto la più bella onda che fino ad ora abbia mai surfato!

 Arrivato al picco mi si è aperta una sinistra sulla quale mi sono lanciato per primo, ho ritardato un po’ il take off e quindi ha cominciato a schiumarmi sulla tavola, così mi sono buttato con una pompata in front side e mi sono ficcato nella spalla portandomela tutta fino a riva. Spingeva che sembrava indiavolata.

WOOOOO GUYS, UNA BOMBA!

 Finita la session e caricata la macchina siamo rientrati lentamente verso Somo, solo che Vincenzo ed Ellen hanno pensato bene di andare a dare un’occhiata al mare per vedere se era possibile un’uscita al tramonto. Quindi supermarket, sei birre fredde, e via in duna.

 I tramonti qui van cosi, tra luci e colori, vento, onde e amici. Tutto riporta quasi atavicamente sempre alle stesse cose, necessarie, fondamentali, per fare questo sport - che poi più che sport è un’arte - che sono il vivere il momento, attimo per attimo, adattandosi ad ogni cambiamento che intorno ci avviene, ed il sentire. Lo stesso sentire di cui parlavamo sopra, che poi altro non è che un sentire la vita, percepirne le vibrazioni, ed impararlo è una benedizione.

 E non si tratta neanche di amare, perché poi in acqua spesso ci si arrabbia, ci si sente frustrati, ci si annoia. Il surf è un sacco di cose proprio perché infondo non è che una: il prolungamento della vita di uomini liberi. E, appunto, proprio come nel surf così nella vita, non si tratta tanto di amare, ma di sentire, cambiare, e riuscire a capire.

 Il resto vien da sé. Surf on!

spiaggia e panorama


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