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IL CAFFE’, IN UN CAFFE’ DI TUNISI

IL CAFFE’, IN UN CAFFE’ DI TUNISI

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 Avete presente quelle mete che boh, così, ti capitano d’improvviso tra altri viaggi, altre storie e mille impegni e non si sa come né perché ma poi tu accetti di andare? Ecco, esattamente questo.

 Più viaggi già in piedi, alcuni appena andati, come Dubai e la Turchia, altri in arrivo come Sofia e Parigi, ed in mezzo cosi, d’improvviso, ti ci si piazza Tunisi. Che la prima cosa che ti viene in mente a sentirla è un non so che di esotico, e tu non sai poi oggettivamente cosa dovresti andarci a trovare, perché in fondo si, davvero gran bel nome, ma poi? Fortuna vuole che io non ci debba andare a cercare nulla in particolare, se non il piacere dello stare, e quindi si, vado.

 L’arrivo è il solito del nord africa. Complesso. Ti saltano addosso. Il taxi te lo trovo io, no con lui non parlare che ti frega, amico mio vieni qui che ho la soluzione giusta per te, giuro a te faccio il 50% di sconto, no vieni con me che se accetti ti farò un prezzo migliore perché ho parenti in Italia e mi siete simpatici. Tutto condito da un po’ di Totti, un po’ di pasta e un po’ di Berlusconi.

 Comunque, prima ancora che tu salga o scelga, sai già di poter scegliere tra due strade: o litighi e quindi sarai fregato, o ti rendi disponibile, e sarai fregato lo stesso. Per cui tanto vale riderci.

 Gli diamo un indirizzo, che ovviamente non tengono in considerazione, e ci lasciano ad un ingresso della medina. Gli chiedo dove dovremmo andare per raggiungere il nostro hotel, e per risposta mi becco un bel: vai verso dillà. Ma si Lù, anche tu che pretendi. È ovvio, vai per di là e cerca! È vero, hai pagato il taxi, ma mica pretenderai pure che ti portino proprio nel posto in cui tu avresti pagato per andare… io certe pretese di ‘sti turisti occidentali fatico davvero a comprenderle.

 Detto questo, niente di nuovo, borse sulla spalla e via di piedi per la medina. Dopo un po’ di vagabondaggio dovuto al fatto che nessuno avesse la ben che minima idea di dove st’hotel dovesse stare, troviamo una buonanima che sembra saperlo. Ci vuole disegnare una specie di mappa. Non capisco perché dato che siamo in una ragnatela infinita di vicoli e gallerie priva di qualsiasi punto di riferimento, ma insiste tanto da obbligarci ad ascoltarlo mentre la realizza. Una volta finita convinto ci chiede: capito? Mostrandoci un foglio bianco con una linea a zig zag disegnata sopra. Uhm, no.

 Vabbè, ci chiama un tizio e ci fa accompagnare. Cominciamo a malignare sul quanto ci costerà ‘sto favore, e più camminiamo più maligniamo, e camminiamo davvero tanto. Fino che ad un certo punto il ragazzo, all’ingresso di un mercato, ci dice che una volta attraversato tutto per dritto saremmo arrivati, ci saluta sorridendo e se ne va. Così, senza aggiungere mezza parola.

 Trovato l’hotel posiamo le cose e scendiamo in strada.

L’odore è spesso forte, ma l’aria è morbida. La luce del sole comincia a scendere e io ho voglia di scrivere un po’, quindi scegliamo un caffè di place de la Victoire.

Il caffè di Tunisi. A Tunisi. Banale a dirlo cosi, ma no, neanche un po'.

Il caffè a Tunisi, in un caffè di Tunisi.

 È sera, le sette forse, il cielo si è già fatto scuro e i lampioni si sono accesi. Quelli su questa piazza sono tutti a quattro luci, di un giallo senape. Il nostro tavolino è tondo, le sedie intrecciate in vimini e sul tavolo un'acqua e, appunto, il caffè.

 Il caffè a Tunisi, tra le palme, i gatti e i visi duri.

 Di fronte la piazza, prima piena di urla e di bambini che giocavano a calcio, ora semi vuota, le carte spostate dal vento e solo, tra i sussurri dei caffè, un ragazzo che trascina sacchi.

 Sussurri, passi e, di tanto in tanto, il rumore degli scarichi di qualche vecchia moto. E tra i sussurri anch'io, almeno questa volta, almeno oggi, bevendo un caffè di un caffè di Tunisi.

 Quando si spengono i rumori cantano gli uccelli, l'acqua, ferma, sembra muoversi delle ombre dei passanti, e probabilmente lo fa; la tazzina ormai vuotata del caffè, resta piena. Piena di cielo scuro, di lampioni giallo senape, di palme, di visi duri, delle urla dei bambini che giocano e dei sussurri degli uomini nei caffè, dei passi, delle ombre, del vento che spazza le carte e in questo momento anche di tale "Viv" che si è appena seduto con noi.

Bello è che adesso profumi anche un po' di me. Straordinario invece è che io ora profumi di tutto questo.

Del caffè di un caffè di Tunisi.

 Se uno ne ha voglia, e se ti fermi in città quel tanto che basta a far sembrare i suoni e i gesti che le appartengono un qualcosa di familiare la voglia vien per forza, proprio vicino Tunisi c’è una cittadina, che raccontano sia luogo di pittori e pescatori.

 Che a immaginarla come comunemente si fa, magari si può pensare che la parte interessante, volta al fascino, sia quella dei pittori, ma ai pittori, oltre al chiaro dono del tocco, è un altro il regalo che è stato fatto: la magia con la quale riescono a guardare il mondo. Che poi, detta tra noi, è la stessa magia con cui guardano al mondo gli scrittori, e a me piace pensare che tutti i pittori siano andati fin lì per lo stesso motivo per cui vado io: il ritmo appassionante che la vita ha nei posti abitati da pescatori.

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 Blu. Bianco. Poi ancora blu. Qualche verde, poco rosso, pochissimo viola, poi bianco e poi di nuovo blu. Un sacco di blu. Blu anche la vernice che copre la staccionata in legno del Cafè des Mattes, che ora accoglie le mie braccia e il mio mento.

 È consumata. La vernice, ma anche la staccionata. Dal sole, dal vento e probabilmente dalla pioggia. Dal tempo. Sicuramente dalle chissà quante braccia e quanti menti e quante mani, di infinite nazioni che qui, proprio qui in questo angolo di poesia, proprio come me ora, negli anni si sono alternati.

 L'altezza ha tutta un'altra dimensione. Soprattutto al mare. E in un'altra dimensione è infatti tutta Sidi Bou Said.

 Di fronte ho un sacco di cose, una concentrazione altissima di particolari, di quelli che non vanno bene per le foto né per la carta di chi, come me ora, non sceglie di prendersi il tempo che serve, ma di quelli che vanno bene solo per gli occhi dei pittori. E la quasi totalità del tutto che ho davanti è fatto da una miscela magica di pietra e cemento, ma dritti, al centro, tra le case bianche e i tavolini tondi e azzurri, due alberi d'arancio. Apparentemente soli, ma soli neanche un po'.

 Uno di fianco all'altro, ma nella chioma, e senz'altro nelle radici, uno appoggiato all'altro: abbracciati. Cosi, fermi, tra la bellezza del bianco e dell'azzurro di Sidi Bou Said, resistono. E niente, niente, riesce ad affascinarmi di più dell'idea del resistere. Resistono, esattamente come qui tutto resiste, sempre, arroccato su una scogliera a strapiombo sul Mediterraneo. Compresa la vernice che copre la staccionata del Cafè des Mattes, che, dopo aver accolto chissà quante storie, ora, sempre in questo angolo di poesia, accoglie anche me.

 Ci sono mestieri, come già detto, che ad immaginarli rischiano di sembrare meno affascinanti, non fosse altro per l’apparente mancanza di magia. E puntualmente, probabilmente proprio per quel piacere del tutto fittizio e senza alcun dubbio frivolo che sa dare il sentirsi parte delle minoranze, finiscono invece col farmi innamorare.

 Il signore che proprio sotto di me sistema le sedie sta in piedi, esattamente di fianco all’ingresso del ristorante, in una specie di penombra emotiva e così, aspetta, poi parte, mette a posto, torna, poi di nuovo aspetta. Ha un berrettino di quelli cilindrici, tipicamente arabi, di un colore indefinibile che ha, però, di certo qualcosa a che fare con il porpora, rughe profonde sul viso dovute al sole e un tempo esatto di intervenire. Riesce a stare in quello spazio di vita che l'occhio di chi fa qualcosa difficilmente riesce a vedere.

 Dev'essere molto bravo a fare il suo mestiere di sistemare le sedie, il signore delle sedie. Ci sono delle sedie ordinate, poi delle sedie disordinate, poi ancora delle sedie ordinate. Questo ci è dato vedere. Lui sta, va, torna e di nuovo sta. Esatto. In quello spazio di vita non c'è nessuno se non lui, la sua idea di ordine e alcune sedie, ora da sistemare, ora sistemate.

 Lavora per non esistere, per non essere notato. E ci riesce. Esiste non esistendo.

 Non incontra mai nessuno. Quasi mai... Quando sventura capita lui china il capo, congiunge le mani all'altezza della cintura e accenna un sorriso. Timido. Dispiaciuto. Chi noterebbe mai uno che in silenzio timidamente sorride? Ecco, io.

 Ciao signore delle sedie, piacere, sono quello in silenzio che sorride non esistendo con il mento sulla staccionata azzurra. C'è un gran sole oggi, vero?


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