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DA ISTANBUL A GERUSALEMME

DA ISTANBUL A GERUSALEMME

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 Gli aeroporti hanno un fascino straordinario, almeno su di me. C’è chiasso; le lettere, i numeri, i voli… Mi siedo un attimo a guardare, a sentire, lo faccio spesso qui. Le lettere, i voli e i numeri, ma soprattutto i passi e le voci. Le lingue. Sono punti di incontro come difficilmente se ne possono trovare.

 E poi c’è chiasso, si, ma non ovunque. Le grandi vetrate che affacciano sulla pista, nel punto più lontano dal gate, sono quasi un luogo mistico. Qui si raggruppano, in silenzio, tutti quelli in cerca del profumo che hanno i viaggi quando stanno per accadere.

 Io guardo, Veronica mi parla. Parliamo. Lo facciamo senza smettere da quando la sono andata a prendere sotto casa, ma qui è più intimo. Normale così, qui c’è tutta la magia che le cose che nascono si portano addosso.

 C’è il sole e gli aerei sulla pista si spostano lentamente, gli altri passeggeri sono già in fila da un po’, ma lei siede tirandosi il ginocchio al petto e a me non va di farla spostare. È felice perché ha appena letto che tale Veronica, in una delle fermate della Via Crucis, con un fazzoletto asciugò il viso di Gesù. La stessa Veronica della quale spesso le raccontava sua nonna.

 Io la ascolto, e intanto guardo dal vetro, e respiro. Guardo e respiro. Mi dice che sono un sognatore. Eh… Va così, più o meno da tutta la vita.

 Chi me lo doveva dire a me che il primo timbro sul passaporto nuovo me lo dovevano mettere i turchi! 
 Ovviamente ho discusso col taxi, ma stavolta è andata meglio. Era buio, lungo la strada pioveva e le luci di Istanbul sul Bosforo sapevano, come sempre, di candele poggiate nell’acqua. Morbide.
 Ora non piove più, ma la finestra della camera da sul centro, un semaforo pedonale alterna verdi e rossi, tre ragazze si fanno compagnia guardando vetrine e un signore spreme melograni ai passanti. In inverno.
Aaah, i melograni di Istanbul!

 Domani abbiamo l’aereo che ci porterà in Israele, e stasera siamo qui, galleggiando tra oriente e occidente. Poche sensazioni adoro come il sentirmi di passaggio. Molti per stare bene hanno bisogno di quel certo tipo di stabilità continua che solitamente uno indica con la frase “sentirsi a casa”, altri si nutrono di distanze, prendono il meglio dalle assenze, io riesco ad essere io, l’io quelle più vero, solo nei transiti. Nelle intermittenze.

 Giriamo un po’, Veronica è così entusiasta! Vaghiamo tra la Moschea Blu, Santa Sophia e i vicoli di cui Istanbul è piena con un salep in mano, poi ci ricordiamo che stasera in Italia c’è Juventus – Roma e cominciamo a fermare chiunque nel tentativo di trovare qualcuno che la trasmetta. Alla fine ci riusciamo. La serata è bella, di quelle lente che si trascinano dolcemente. Beviamo, molto, ordinando dei tris di vini per fare i sofisticati, per poi scoprire che i vini erano si tre, ma versati tutti insieme nello stesso bicchiere.

Ridiamo. Assai.

La Roma perde, ma qui si ride e Istanbul stasera è bellissima.
 

 I risvegli post bevuta sono sempre complicati, e qui in Turchia non è diverso. Ci alziamo prestissimo per raggiungere l’aeroporto e una volta scesi alla reception i ragazzi dell’albergo ci dicono che hanno una navetta che fa avanti e indietro per cui ci evitano la ricerca del mezzo. Ci sediamo ad aspettare. Veronica, non so con quale forza, si mette a fare colazione.

 Durante il viaggio ovviamente si dorme, anche se al decollo abbiamo la fortuna di conoscere un ragazzo ebreo che ci spiega come fare a raggiungere Gerusalemme direttamente dall’aeroporto di Tel Aviv.

  Una volta atterrati e passati i controlli, strani, ci lanciamo alla ricerca di sta specie di pulmino che dovrebbe portarci nella città più antica del mondo.

 L’arrivo è particolare: le montagne, e di conseguenza la città che con le pietre delle montagne è fatta, sono tutte di una roccia di un senape chiarissimo, e gli uomini, che sembrano essere un’infinità, sono tutti vestiti in nero, con in testa un grande cappello che scopro chiamarsi kippah, barbuti e con delle basette lunghissime, fatte a boccoli, a ciondolare sulle spalle. A raccontarlo non credo renda, ma a vederlo resta strano davvero!

 Comunque Gerusalemme è proprio come la immaginavo: una bolgia, ma il camminarci ha un fascino che poche città possono pareggiare. Decidiamo, per cominciare, di ripercorrere tutta la Via Crucis e con la scusa ci perdiamo un po’ in giro.

 La città vecchia si arrocca, come spesso accade per le città antiche, su salite e discese, ma le strade da queste parti non sono strade come le intendiamo noi, sono strade, ma fatte di scale. Strettissime e spesso molto ripide. Come facciano a girarci con i furgoni a me resta un mistero.

 In ogni modo, che uno creda in Dio o no - tra l’altro uno qualsiasi dato che tutte e tre le principali religioni sono nate proprio qui - l’emozione di camminare per queste strade resta indescrivibile! È qui che sono nate tutte le storie che accompagnano la nostra formazione culturale, ed è proprio qui che ora io sono, seduto dove erano seduti loro, che so, mentre Ponzio Pilato chiedeva al popolo di scegliere tra Gesù e Barabba. Roba da diventar matti!

 Il vagare finisce col portarci su una terrazza che affaccia sulla città vecchia, e a me non fa che cantare in testa una canzone di Jovanotti che da sempre dedico alla mia famiglia e che si chiama io Re Magio tu Stella Cometa

 

“Penso a voi prima di dormire, guardando il sole che fa spazio all’imbrunire, in questa terra lontana da casa...”

 

 Canta cosi, e così è, appunto, da sempre. 
 Non è facile, è il periodo dell’anno che preferisco, e lo preferisco proprio perché riporta alla famiglia. Ma li vedo, e bene, anche da qui.
 Li vedo tutti, in ogni passo, in ogni gesto; li sento in ogni silenzio. La malinconia, grazie a Dio, continua ad essere uno stato d’animo che adoro.
 Lontano a Natale è brutto, ma da lontano io ho sempre visto meglio. Perché questo infondo faccio: muovo i piedi, camminando, e la mano scrivendo. E quando cammino e scrivo niente mi è distante.
Quindi sono qui giù, si, ma ci sono. 

 Uno spesso non se ne accorge, e so che può sembrar retorica, ma sono così preziosi gli attimi che possiamo condividere con gli affetti. Il problema più grande è che spesso li sciupiamo per nulla, indaffarati come siamo a correr dietro al niente, convinti che tanto poi di tempo ce ne sarà. Ed è anche normale così, perché la famiglia ci è sempre intorno fin da quando nasciamo, e questo da quel senso di eterno che poi porta ad uno dei paradossi più incredibili dei rapporti: l’esserci senza esserci. O meglio, la convinzione naturale che un qualcosa che c’è sempre stato fino ad oggi ci sarà anche domani ci porta ad accantonarlo in favore di cose più frivole e senz’altro meno importanti, solo perché magari quelle invece le vediamo limitate nel tempo.

 Il problema è che anche l’accantonare poi può diventare un’abitudine, e quel senso di eterno dato dal fatto che quel qualcosa c’è da quando abbiamo memoria non è che un’illusione. Non ci sono e non ci saranno per sempre, potrebbero non esserci già domani, e non metterlo in conto è un errore gravissimo.

 A me, anche in questo, i viaggi mi han salvato. È la fatica che nella vita mi ha costruito le gioie, e sono le distanze che mi hanno permesso di capire quanto invece sono vicino. Mi hanno fatto sentire come una foglia sulla punta di un ramo, magari la più lontana da terra, ma con la fortissima sensazione, anche se lontanissima, di esser legata visceralmente dal tronco alle radici. Che poi questo fanno le radici, no? Esistono proprio per dare la possibilità di crescere forte anche alla foglia più distante, a quella che sta sulla punta dell’ultimo ramo.

 Proprio come prosegue la canzone, non sono che un contadino del cuore, e la mia gioia mi è sempre costata sudore. Ma questo non cambia il resto: di ogni viaggio lontano loro sono la meta. Oggi, qui, ancor di più: io Re Magio, loro Stella Cometa.

 Tornati in albergo mi fermo finalmente un po’ sul balcone. Che giornata è stata! Era un po’ che non mi capitava di restare in viaggio da solo, e la sensazione di benessere che mi ha lasciato mi dice chiaro quanto ne avessi bisogno. Ho i tempi strani, cammino dove gli altri si fermano e mi fermo dove gli altri camminano.

 Vabbè, su tutto il Yad Vashem. Ti toglie il fiato e sinceramente anche le parole. Non i pensieri, quelli li affolla, e per strecciarli non basteranno di certo queste quattro pagine.

Comunque: BELLISSIMO!

 È una lama, parzialmente sotterranea, che taglia in due la montagna. Tu la percorri tutta zigzagando tra foto, video, testi e reperti che raccontano il genocidio del popolo ebraico, fino ad uscire su un terrazzo pieno di luce che aprendosi sull’orizzonte sembra dare sull’infinito. Il tunnel, il dolore, il travaglio e poi la luce. La vedi, ma soprattutto la senti. Capisci che è fatto bene perché ti lascia del freddo addosso, proprio come mi successe ad Aushwitz.

 Uscendo dal complesso, come non bastasse quello che è appena stato, hanno realizzato una sala dedicata ai bambini morti durante la persecuzione nazista, ma questa, sinceramente, proprio non si può spiegare.

 Una via, buia, cinque candele che per un gioco di specchi riflettono il loro ologramma nell’aria diventando migliaia, e una voce ad elencare nome, età e provenienza di ogni bambino ucciso.

 L’aria non è più aria, ma acqua, e tu nuoti tra le infinite luci delle candele e il dolore di un orrore assurdo. Impressionante.

 Comunque ora è notte, ma il cielo è chiaro, illuminato da una luna che è uno spicchio, ma potentissima. Mi piace pensare sia stato guardandone una simile che proprio qui, più di duemila anni fa, l’hanno scelta come simbolo per la religione musulmana.

 È mezzanotte, piove fortissimo, tira vento e si gela, ma le campane suonano a festa. È nato Gesù.


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