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ISRAELE E PALESTINA
 7' di lettura

 Siamo a Gerusalemme, ma st’albergo profuma di Messico da quando siamo entrati, e ora che ci stiamo facendo colazione ne ha anche il sapore. Ah, la globalizzazione! Comunque il signore delle colazioni ci ha regalato un cioccolatino. Uno. In due. Per cui metà per uno, quando si dice lo sfarzo del Natale.

 Usciamo e al solito, vaghiamo un po’ in giro nella speranza di incontrare qualcosa. Dopo esser stati cacciati dall’ingresso della moschea decidiamo di uscire dalle mura e girare intorno alla città. Lungo la strada monti rocciosi, ulivi, un po’ di pioggia e un panorama mozzafiato. In più in verità, e non un in più che passi inosservato, qualche cerimonia dello shabbat.

 Il muro del pianto lo aspettavo davvero, e per quanto è strana la vita, succede che nonostante abbia piovuto fino a quando ho fatto la fila per l’ingresso al piazzale, ora, e d’improvviso, si è fatto spazio un sole potentissimo. Rasserena, illumina e scalda. Tutto. Me, seduto in mezzo alla piazza, i fedeli in preghiera, la libreria scavata nella roccia che ho qualche metro dietro le spalle e anche il muro. C’è silenzio, di base un brusio, si, in lontananza della musica, qualche uccello che cinguetta, ma la sensazione è quella di avere dell’ovatta nelle orecchie. Lo vedi il movimento, vedi i salti, le mani che battono ed anche le bocche che cantano, ma è come se non se ne riuscissero ad udire i suoni. Ecco, le cose sono vicine, ma i suoni sono lontani.


 Alla Moschea della Roccia proprio non riusciamo ad entrare, giriamo e rigiriamo, ma ogni volta all’ingresso ci bloccano. Allora ci fermiamo in un tunnel, di fronte ad un negozietto di libri sacri dove suonano preghiere in arabo. Chiediamo un tè, ce lo danno alla menta, e ci sediamo.

 Sui bordi della strada tappeti, di fianco a noi una coppia parla, davanti degli uomini fumano e pregano. La roccia è fredda ed è buio, ma c’è profumo. A terra è pieno di cicche e carte, le porte sono dipinte a mano e quel poco di luce che c’è lo portano l’ingresso della moschea e qualche lampadina di fortuna attaccata a cavi elettrici che dondolano qualche centimetro sopra le nostre teste. Il tè non sa di nulla, ma quantomeno profuma.

 Decidiamo di andarecene in Palestina, e sinceramente la cosa è particolarmente semplice. Andiamo alla stazione dei bus, paghiamo il biglietto, saliamo e via, dritti a Betlemme,

 La casa dove dormiamo è qualcosa di meraviglioso, scalda già alla sola vista, e i signori che ci abitano sono di una bellezza infinita. Somigliano ai miei nonni, e non faccio in tempo a pensarlo che Veronica mi dice: ma lo sai Lù che avete gli stessi atteggiamenti? Sorrido.
 La signora si dice felice della nostra visita perché, ci racconta, di italiani da queste parti ne capitano uno ogni due o tre anni; lui invece ci mostra la camera e su tutto ci tiene a spiegare bene questioni sul bagno che si trova alla fine del corridoio. In pratica bisogna spingere un pulsante per far partire il boiler un’oretta prima di fare la doccia. Magari niente di che, ma ci teneva assai.

 Sistemate le cose ce ne siamo andati a passeggiare, e dopo aver visitato la grotta dove dovrebbe esser nato Gesù ci siamo fermati a prendere due falafel. Non trovavamo gli spicci ed il tizio voleva regalarceli, ma abbiamo cercato meglio e con la scusa gli ho chiesto dove potevo prendere soldi palestinesi, solo che lui mi ha detto che non esistono più dal ’94.

 Se è vero o no non lo so, ma se lo è, è una cosa terribile.

 Proseguiamo spediti, dritti fino alla periferia di Betlemme, e dopo una lunga camminata ci incontriamo finalmente con quello che più qui ero curioso di vedere: il muro.

 Sono arrivato confuso rispetto a questa storia, non fosse altro per la stima che ho del pensiero di un mio amico ebreo che della situazione palestinese mi ha sempre parlato come di un confino necessario. Ma ho trovato quello che mi aspettavo: una gabbia. Col cielo, si, ma una gabbia. E se qualcuno chiude qualcun altro in gabbia non ha senso stare a cercare chi ha ragione e chi torto. 

 La parte palestinese del muro è arricchita, tra le altre, dalle opere di Banksy. È un vero e proprio museo sulle libertà. 
 Alla fine di questa strada ha da poco aperto anche un ostello che ha tutte le camere che affacciano sul muro. Lo promuovono come l’hotel con la vista più brutta del mondo.
 Affacciare sui muri è brutto, affacciare su uno che toglie la libertà lo è ovviamente di più.

 Si è fatta sera e cominciamo a riavvicinarci al centro. Le strade sono tranquille, le persone sono poche e ancor meno sono le macchine. I bambini possono giocare liberi, solo che qui giocare non vuol dire solo corrersi dietro o dare calci ad una palla; qui davanti a me ora c’è un bimbo di cinque o sei anni che dalla porta di casa gioca a sparare ai passanti con una pistola di silicone e il viso coperto da una sciarpa.

 Spara anche a me, e solitamente quando un bimbo mi spara io cado a terra, anche se il bimbo non lo conosco, ma questa volta no. E non per qualcosa di complicato, semplicemente per tristezza. I modi non sono quelli a cui sono abituato: lui sembra sapere cos’è uno scontro, e visto che non voglio credere ci abbia partecipato, vuol dire senz’altro che ci ha visto partecipare qualcuno, magari il padre, i fratelli, o qualche amichetto un po’ più grande.

 È diverso dai nostri bambini, e non per il fisico, ma per le possibilità.

 Avrò senz’altro bisogno di tempo per pensarci e metabolizzare, e l’unica cosa che a noi viaggiatori ci è concessa quando questo accade è andare a caccia di bellezza per compensare; e cosi faccio.

 Questa cosa che le moschee cantino al pubblico più la vedo più mi piace. E questa canta a cinquanta metri dalla grotta in cui è nato Gesù!

 La piazza è piena di luci, in aria, in terra, tra gli alberi e tra la gente che cammina portando a spasso palloncini trasparenti pieni di led fluorescenti. Io li guardo da un caffè, alle spalle di tutto, coperto dal verde delle siepi.

Guardare la vita da posti del genere, dalla schiena, è una cosa che adoro. Da dietro si percepisce l’intimo, il vero. È come avere la fortuna di guardare uno spettacolo dalle quinte. Gli attori non si rivolgono a te, non sei tu il protagonista, ma tu puoi comunque vederli fare, tra maschere e canti, senza perdere i momenti in cui la maschera la tolgono per prepararne un’altra.

Sei nel circo, ma dalla parte giusta, quella vera!

Rientriamo, è ora di mettersi a letto. Di riscaldamenti non ce no sono, ma almeno le coperte sono belle pesanti. Veronica si poggia e si addormenta, io resto un po' a pensare.

 In Palestina non c'è nulla, se quel che si cerca è la comodità. Ma ci sono i sorrisi, nonostante tutto, e c'è del coraggio. Roba rara ai tempi d'oggi.
 In Palestina non c'è quasi nulla, ma come abbiamo detto c'è un muro, costruito dai forti per ingabbiare i deboli, ma di deboli da queste parti non ce ne sono. Ci sono i coraggiosi, e ai coraggiosi si sa, è impossibile togliere la libertà, Muro o non muro.
 In Palestina c'è un sacco di roba, se quel che cerchi può stare dentro al cuore, ma se esiste qualcuno a cui questo non basta, allora ci sono le opere di Banksy, piantate li a gridar di libertà, proprio su quel muro che le libertà vorrebbe toglierle.

Siamo nati per vagare. KEEP TRAVELLING!

 

Se vuoi leggere la prima parte del viaggio di Luca, clicca qui:

 >>> DA ISTANBUL A GERUSALEMME <<<


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