SUBITOMONDO

Storie dal mondo a portata di click

LIVERPOOL, TRA CALCIO E PASSIONE

LIVERPOOL, TRA CALCIO E PASSIONE

Pubblicato da il
 8' di lettura

 È notte. L’ultima qui, e io sono di nuovo a riempire la borsa che ormai da anni mi accompagna in questi spaccati di vita nei quali vago a cercare in giro pezzi di me nella speranza di riuscire a dare un senso a quel che sono, che comunemente chiamiamo viaggi.

 La stanza anche è sempre lei, quella dell’arrivo, piccolissima, che a malapena si riesce a camminare di fianco al letto singolo che in queste notti mi ha fatto compagnia, ma nonostante sia qui solo da tre giorni è riuscita a farsi sentire intima. È lo stesso anche il muro sul quale dà la mia finestra, roba da far evitare ai claustrofobici, e la stessa è la pioggerella che sento tintinnare al piano di sopra, che poi è quello della strada essendo io in un seminterrato.

 Tutto così simile, lineare, che se uno non facesse attenzione rischierebbe di commetter l’errore di raccontarla tutta uguale ‘sta città che invece è un campo minato di vita che esplode cambiandoti gli scenari in continuazione.

 Potrebbe non entrarci con Liverpool, ma frugando tra degli appunti ho appena trovato quelli presi quando, poco prima di partire per venire qui, un mio collega mi raccontò che in musica a volte lo stesso suono può, per necessità di scala, essere chiamato con nomi diversi. Cioè, in pratica, la stessa cosa, pur mantenendosi uguale, può assumere una diversa identità. Mi è piaciuto un sacco.

 Poco è cambiato anche per quel che riguarda la temperatura. Il freddo lo cominci a sentire da prima che l’aereo tocchi terra, credo sia un qualcosa che c’entri con gli occhi più che con la pelle. Quantomeno fino a che non si scende, poi comincia ad entrarci.

 Fa freddissimo, ma freddissimo davvero. Il sole è gelido e il vento forte, da ghiacciar la faccia, ma le foglie degli alberi sono color arancio, proprio come il cotto delle case, e a me hanno pur sempre assegnato una delle più belle stanze in cui io abbia mai dormito.

 Stasera mi sento lieto, potrei quasi dire allegro, ed è strano per me che invece solitamente le sere che precedono l’andarsene, quelle in cui si smonta il circo, le passo tra le fitte tele della malinconia, ma nella strada del rientro ho incontrato in Church Street una ragazza meravigliosa che accompagnandosi con un ukulele suonava e cantava All of Me di John Legend, e ora proprio non riesco a togliermela dalla testa, per cui canticchio e soprattutto sorrido.

 

 Devo assolutamente imparare a suonare l’ukulele. Certo cominciare a suonare uno strumento in ricordo di una persona che neanche si conosce un po’ strano è, ma strano mi si è sempre attaccato bene addosso. Magari un giorno torno, magari proprio in una sera come questa, di pioggia, ma lieve, e magari la ritrovo sempre lì in Churc Street; potrei suonare, e lei potrebbe cantare, di certo potrei sorridere. Lo faccio già ora. Che magie talvolta riescono a fare senza neanche saperlo le ragazze sconosciute di Liverpool. I can't stop singing it's ringing in my head for you…

 È citta di passioni, di ogni genere. Cosi sono sempre le città di navigatori, questa poi sa esserlo con una forza del tutto particolare. Educatamente travolgente. Tra l’altro a parlar di passioni giusto è ricordare che proprio da qui partì, tra lustri e cerimonie, alla volta del nuovo mondo il famosissimo Titanic. Che poi il fatto che un certo tipo di destini, spesso arrotolandosi nel dolore, abbiano una certa esattezza nel passare per qui, può sembrare strano solo a chi qui non c’è stato.

 Per un qualche strano scherzo del destino Liverpool e il successo nato direttamente dalle viscere delle tragedie hanno un legame uterino.

  
 C’è una storia su tutte che sentita raccontare non può non lasciare sbalorditi. Ma prima credo vadano dette, per onor del giusto, due parole su quello che qui è il calcio.

 A Liverpool le squadre principali sono due, il Liverpool FC appunto, che è di casa ad Anfield Road, e l’Everton che invece gioca al Goodison Park. I due stadi sono vicinissimi, divisi solo dallo Stanley Park.

 Cosa strana se si pensa ai fervori soprattutto passati dei supporter del calcio inglese, ma come detto sopra strana neanche un po’ se si conosce Liverpool, è che la stracittadina del Mereyside viene anche definita friendly derby, il derby amichevole.

 Fuori lo stadio di Anfield, rivolto proprio verso lo stadio dell’Everton, c’è un cancello che sopra riporta l’ormai leggendaria scritta (leggendaria quantomeno per gli appassionati del gioco) You’ll never walk alone. Che tra l’altro è il titolo dell’inno ufficiale della squadra, nonché il ruggito con cui la Kop, cuore dei tifosi dei reds, trascina costantemente calciatori e appassionati. Che siano gioie o dolori loro non fanno altro che ricordarlo, e ricordarlo: il Liverpool non camminerà mai solo.

 Quello che però ci porta alla storia che volevo raccontare sono i drammatici incidenti che videro protagonisti gli hoolingans del Liverpool prima all’Heysel, nella finale di Coppa Campioni dell’85 giocata contro la Juventus, dove con gli assalti lanciati nel tentativo di “prendere la curva” avversaria costrinsero i tifosi del settore ad arretrare ammassandosi contro un muro che cedette causando 36 morti e oltre 600 feriti, e poi all’Hillsborough, nel 1989, dove per un errore delle forze dell’ordine, prima nella scelta di aprire a ridosso dell’inizio della partita un GATE facendo così ammassare lì un numero insostenibile di persone per la capienza del settore e poi nel valutare la gravità della situazione, e per la resistenza delle barriere rinforzate proprio per via dei timori degli assalti hooligans dovuti alla tragedia dell’Heysel, persero la vita in mezzo alla calca ben 96 persone.

 A leggerlo cosi sa di duro, da chiaramente la sensazione del troppo. Ma a spiegarci quanto un certo tipo di esasperazione c’entri col calcio che si gioca da queste parti ci ha pensato tale William “Bill” Shankly, e tra i mestieri, per l’appunto, potete andare a cercare alla voce leggenda del Liverpool.

 

“Certe persone pensano che il calcio sia questione di vita o di morte. Si sbagliano, è molto più di questo.”

 

 La prima tragedia costò alle squadre inglesi l’esclusione dalle coppe europee per quasi sei anni, e per una società come il Liverpool, da sempre ossessionata dalla Coppa dei Campioni, questo fu un vero e proprio disastro nel disastro.

 Ma Shankly ce l’ha detto: molto più di questo. E allora cosi dovremmo intenderlo. Continuiamo a guardare e giudicare il calcio come una questione umana, talvolta ragionandolo come si ragiona di passatempi, mentre chi lo vive lo sente come una religione. Ed è chiaro che nessun ateo, mai, potrà riuscire a capire i racconti e ancor di più le azioni di un credente, a meno che non impari a trattare l’argomento con il rispetto e la magia che gli si deve.

 Qui è così. Il calcio è una fede. Una religione. Questo incredibile amore, anche assurdo se volete, come già detto li ha trascinati, proprio come ogni grande amore fa, anche attraverso le cupe porte della tragedia, rendendoli protagonisti di due dei più grandi drammi dello sport europeo, e proprio nella seconda, quella dell’Hillsbrough, morì, tra gli altri, tale John Paul Gihooley, cugino di quello che diverrà poi il più grande capitano della storia del Liverpool, capace di riportarlo sul tetto d’Europa vincendo, 21 anni dopo l’ultimo successo, la finale di Champions League più incredibile che si ricordi.

 Di fronte di nuovo un’italiana, proprio come nell’84, anno dell’ultimo successo, e proprio come nell’85, anno della tragedia, ma stavolta contro li Milan. Lo stesso Milan che nel ‘90 fu la prima squadra italiana a tornare all’Heysel.

 Comunque, passati cinquantatre secondi il Milan è già sopra, e a fine primo tempo i gol di vantaggio saranno tre. La partita è finita, o quanto meno lo sarebbe, se non fosse che generare gloria dai disastri per Liverpool è la regola.

 Al rientro l’urlo della Kop è travolgente. Tutti in piedi, sciarpe in mano, cantando e urlando a squarciagola quel You’ll never walk alone che è già stato colonna sonora di infinite battaglie, ma questa volta di più.

 È il decimo della ripresa quando proprio il capitano dei reds di testa segna l’1 a 3, e sei minuti dopo siamo 3 a 3. Incredibile. Assurdo. Per tutti, non per loro. Vincerà il Liverpool, 6 a 5 dopo i calci di rigore, ficcando una perla probabilmente irripetibile nella memoria sportiva di tutto il vecchio continente.

 Talvolta la vita smonta e rimonta situazioni in modo apparentemente incomprensibile, almeno per noi, ma voi provatelo a chiedere a loro. Loro lo sanno benissimo. Nessun caso. Toccava a lui, e a lui soltanto. Religione, appunto.

 Lui è Steven Gerrard, e pare abbia chiesto, per quando i suoi giorni staranno per finire, di essere portato ad Anfield, e non in ospedale, perché è lì che è nato davvero, ed è lì che ha deciso di morire.

Provate a non chiamarla religione ora.

YOU’LL NEVER WALK ALONE!

 

 


Ti potrebbero anche interessare