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U.S.A. ROAD TRIP
 9' di lettura

 Ora, io non so gli altri, ma a me piace tantissimo l'odore dell'aereo. Ma proprio tantissimo! Talmente tanto che finisco con farmi tutti e tre i voli che servono a portarci in California dormendo. Arrivo carico, gli altri anche, ma con gli occhi viola. Comunque roba da far sorridere.

 Ritirata la macchina dal parcheggio dell'aeroporto ci lanciamo per strada, e neanche a dirlo: traffico.

 Arrivati, la prima cosa che salta all'occhio, ma con una violenza inaudita, è che San Francisco è una città particolarmente difficile. I neri non sembrano passarsela bene, e sinceramente fatico a comprendere la situazione. Siamo appena fuori dal centro a cercare parcheggio, eppure il degrado è spaventoso. Hai costantemente la sensazione di poter essere aggredito; ci sono donne che urlano scalze, ragazzi ad elemosinare agli angoli, uomini travestiti, uomini ubriachi, uomini seminudi e uomini mutilati. Molti portano con sé un carrello della spesa, e passano il tempo a spazzarsi il marciapiede, altri hanno la tenda canadese montata sul ciglio della strada, e la canadese sul ciglio della strada non è proprio la cosa che ti immagini di trovare appena arrivato in America.

 Comunque, per quel che riguarda la macchina, ci vuole molto tempo per ritirarla, c'è un sacco di traffico per la città, è praticamente impossibile parcheggiare (a meno che uno non la lasci nei costosissimi parcheggi privati) e in fondo non serve dato che si può fare quasi tutto a piedi, e per quello che potrebbe restare più scomodo ci sono i Cable Car.

 La bella notizia è che abbiamo un hotel bellissimo. Suona. La hall suona. È una melodia dolcissima. Check in, bagagli a posto e giù in strada.

 Passeggiare per il centro però è davvero gradevole. Questa città ha un'energia assurda!

 È chiaramente Europa. Fortemente. È Europa nelle ossa, e ancor più nello spirito. E la cosa più incredibile è che, con la stessa forza con la quale è Europa, è America. In tutto. Fino all'ultima goccia di sangue della più piccola arteria.

È un quadro, e porta in sé tutte le sfumature dell'umanità.

 C'è musica, ovunque. Hanno sterei dappertutto: negli zaini, sulle spalle e sulle bici. Ovviamente, c'è musica anche qui, in Union Square. Il cuore. E come tutti i cuori pulsa. Solo che questo, oltre a spingere sangue, sembra poter pulsare anche magia.

 Ci perdiamo un po' tra i sali e scendi, ci godiamo le luci, mangiamo un panino e torniamo in hotel che jet lag e viaggio cominciano a farsi sentire. Mi sdraio sul letto e dietro la tenda, dalla finestra, non si vede che una grandissima bandiera americana che sventola. Federico ascolta musica. Luky days.

 Il risveglio è dolce. È quasi l'alba, a quest'ora la hall dell'hotel non suona, e forse è meglio, dato che suona San Francisco.

 Tutto è illuminato da lampade, le luci sono morbide, e divani e sedute, alcuni in pelle verde e altri in velluto rosso, sono intervallati da oggetti vintage; ora una bilancia, ora una slot machine, ora un jukebox. Il pavimento è in moquette, i soffitti in stucco e l'aria è piena del profumo del caffè che il portiere mi dice servano "no stop" giorno e notte.

 La cosa che più mi cattura sono le grandi piante all'ingresso: non sono rigogliose, ma abbracciano. Sanno di un tipo di malinconia che ha però a che fare con il bello, e si intonano perfettamente all'umore con il quale ho iniziato questo viaggio. Zuppo di quella malinconia, piena di bellezza, che di solito hanno le esperienze incredibili quando sai che stanno per finire.

 Una ragazza discute al telefono con il suo manager, un signore in mutande e ciabatte fa colazione. Io guardo.

Buongiorno.

 È fascinosa. Ecco cos'ha: il fascino. E il fascino più grande glie lo dà la cosa che oggi a noi è più lontana: l'integrazione. La diversità. Ha il fascino potente del moto a luogo. Qui non si sta, qui si viene. Poi magari si resta anche, ma tutto è pieno, ovunque, dello spirito di chi va, o che comunque è andato.

 Da queste parti sembra non esistere il desiderio di protezione da ciò che viene da fuori; è, appunto, un moto a luogo. Non c'è voglia di proteggersi, di chiudersi, c'è voglia di andare verso...

 Siamo sulla collina della Coit Tower, gli altri sono saliti sulla torre, io sto su un sasso, affacciato sulla baia, nel silenzio. E il silenzio, da questa parte del mondo, sembra suonare una musica bellissima.

 Vagando per la periferia della città ci imbattiamo in una festa. Abbiamo fame e ci sono gli hot dog. Stop here!
Un prato, la musica, le famiglie. Qui è normale quello che da noi ormai è un sogno. La comunità. Gruppi di persone che condividono cose. Cioè, bambini che corrono a piedi nudi per i parchi pubblici e niente siringhe, niente cicche di sigarette da mettere in bocca, niente vetri, ma niente di niente, neanche carta. Un tappeto d'erba, morbido, VERDE. Ma verde davvero. Di fronte il mare della baia, di fianco, da una parte, il museo della famiglia Walt Disney, dall'altra pulmini di cibo e bevande; in mezzo noi, una band e un centinaio di famiglie americane. I papà accendono i barbecue, le mamme sorridono, i bambini giocano. Simple!

In un film. Siamo in un film.

 La lasciamo, ma non senza essere rimasti chiusi dentro un parcheggio, aver trovato il modo di sbloccare la serranda che ci bloccava e da pessimi italiani aver pagato comunque il conto. Ci aspetta Monterey.

 Ad accoglierci troviamo un cuscino di nuvole poggiato sulla baia. Niente sul mare, niente in cielo. Tutte, assurdamente, poggiate morbide sul terreno.
 Ora lo so, le nuvole nascono in California.

 Qui è un altro mondo, ma il vento freddo dell'oceano, quello si, è sempre lo stesso.

 Ha un molo proprio carino, e cosa ancor più importante, finalmente i parcheggi costano una cosa decente. C'è un sacco di sole, lo scenario è quello classico del finale dei film d'amore Americani e in più c'è la possibilità di fare un'infinità di attività. Noi scegliamo di andare a caccia di cetacei!

 Navigare l'oceano Pacifico per cercare di andare ad avvistare le balene senza giacchetto è una pazzia. Il freddo ti ghiaccia ben oltre la pelle. Il vento è forte, tagliente, l'oceano antracite e il cielo basso, gonfio di nuvole, piatto, del colore del ghiaccio. Apocalittico. Qualche stormo di uccelli, qualche delfino, molte meduse e su tutto, proprio come speravamo, due balene.

 Seguirle è un’emozione incredibile, oltre che un’impresa. Spariscono, appaiono, poi di nuovo via. Sono enormi e lente. Tanto enormi da costringere il capitano della nostra barca ad una virata improvvisa quando, sbucate improvvisamente dall’acqua, ce le siamo ritrovate a una ventina di metri. Non nuotano, scivolano. O meglio, non danno l’impressione di un qualcosa che nuota, ma di un qualcosa che scorre, quasi immobile.

 Il resto nulla. Freddo. E non il freddo che c'entra con il tatto, o per lo meno non solo, ma il freddo che sa passare dagli occhi, e quando è cosi freddo alla vista non c'è mente che possa aiutarti. Il gelo ti si attacca alle ossa.

 Navigare l'oceano è un'esperienza che devo rifare, magari con un giacchetto. Bello come le cose complicate non c'è nulla, e il Pacifico, quando è freddo, è splendido.

 Comunque, che poi rischia di passare in secondo piano, io oggi ho visto le balene. Io, Luca, quello cresciuto con Pinocchio.

 Ho mal di testa e sono stanco, molto, ma capito? Ho visto le balene! Che uno di solito il giorno fa cose comuni, che so, lavoro, TV, calcetto... ecco, io ho visto le balene. Poi dicono la fortuna.
 Mi sono congelato e ora ho paura di aver preso la febbre, ma sono felice. Felice. Oggi io ho visto le balene!

 Quando dal nord della California ti sposti verso il centro il cambio lo senti addosso. Sparisce il vento e d'improvviso il sole brucia. Poco dopo è chiaro anche agli occhi: intorno nulla, solo erba bionda che riflette il sole mossa dal vento.

 Lungo una delle infinite superstrade un cartello ruba l’attenzione di Alessio: STRADA IN COSTRUZIONE. LE TUE TASSE ALL'OPERA. Sti americani ci sanno proprio fare col marketing.

 In qualunque modo, intorno non c’è proprio niente, ma niente davvero. Per centinaia di chilometri. Ogni non so quanto, qualche ora, un agglomerato di pompe di benzina, supermarket e motel.

 Strana dev’essere la vita di persone che abitano in posti dove chiunque viene e passa, non fermandosi che una manciata di minuti, mentre tu non fai altro che stare.
Ed è camminando per strade e cittadine del genere che ci capita di ritrovarci a Bakersfield, un buco di città, persa nel nulla, apparentemente senza nessun motivo. E poi succede che il motivo invece lo trovi: il Messico, negli Stati Uniti!

 Da queste parti di stranieri non se ne devono vedere spesso, e dev'essere per questo che la commessa del supermercato è così interessata alla nostra provenienza. In verità di bianchi, qui, non ce ne sono proprio. È un buco di niente, ma un buco di niente che come riesce sempre ai messicani, finisce col diventare un buco pieno di tutto.

 Il profumo è quello giusto, l'aria è quella di casa e abbiamo la tequila. QUE VIVA MEXICO!

Ah, sulla strada per Bakersfield c'era questo.

 La serata è stata meravigliosa, di quelle da mettere sotto chiave e da ripescare nei ricordi solo quando l’occasione davvero ne vale la pena.
 C’è un certo tipo di bellezza che è tanto forte quanto delicata, cosi pura da far temere che il troppo utilizzo possa sporcarla, proprio come le lenzuola di cotone bianche in estate, che se le usi solo quando devi è uno splendore anche solo il guardarle stese sui fili intente a profumare l’aria, ma che se le utilizzi troppo finisce che son belle si, ma non più bianche come prima.

 Ora c’è il sole, ed è quello della mattina, basso, limpido, che da ombre nette e lunghe; in cielo neanche una nuvola e l'aria è fresca e pulita. Profuma di primavera.

 Tra qualche mese mi scadrà il passaporto e non so ancora se lo rinnoverò, certo è che quest'aria di Messico è stata una benedizione.

 È vero che Federico è stato tutto il tempo a bestemmiare contro il pessimo Wi-Fi, ma è vero anche che Fabiana ha preso vita, e i sorrisi di Alessio sono già valsi il viaggio. Quanto a me, vabbè, niente, il solito: mi sei mancato, mi manchi e mi mancherai.

 Lo stesso, da ormai quasi 10 anni.

 


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