SUBITOMONDO

Storie dal mondo a portata di click

U.S.A. ROAD TRIP (pt2)
 11' di lettura

 Già ad un’ora da Bakersfield, se ti guardi intorno, oltre al grigio dell'asfalto, non vedi che terra e colline rosse; e in lontananza, quasi in trasparenza, montagne del colore dell’indaco. Tutto, quasi a far notare che talvolta con la bellezza si può esagerare, chiuso da un potentissimo cielo azzurro.

 Uno spettacolo. E uno spettacolo è stato durante tutto il viaggio che ci ha portato a Las Vegas.

 Ora arido, di un marrone quasi grigio, ora verde e rigoglioso, ora rosso e viola. Viaggi ore con davanti lo stesso paesaggio e poi di colpo cambia tutto con la sola uscita da una curva. Guidare negli USA è davvero un'esperienza mistica.

 Arrivare a Las Vegas, dopo ore di cammino in un clima desertico, ti fa sentire un Tuareg del terzo millennio. Solo che davanti non hai un’oasi, tenace ma delicata, ma un gigante. Sembra un monolite. È persa nel nulla, o almeno così uno la immaginerebbe, ma se si guarda bene non dà la sensazione, nonostante il nulla intorno, di essere né persa né in sofferenza. È muscolosa e potente.

 Sulla strada, come già detto, ci sono stati almeno quattro punti in cui a Nostro Signore è decisamente scappata la mano, ma lasciamo stare. Sti quattro visi, in quanto a gioia, poco hanno da invidiare. Giuro!

Non sono poi tanto male i lunedì... VEEEEGAASSS BAAAABY!

 Che poi come la racconti agli altri Las Vegas. Las Vegas non esiste. O meglio, esiste, ma solo finché ci sei dentro, poi svanisce quello che il vivere del momento rende reale, e ti si appoggia nella testa confusa, lasciandoti la stessa identica sensazione che lasciano i sogni quando appena sveglio li ripensi. Sembrano veri, ma sai che sono sogni. Ecco, uguale, ma al contrario. È vera, lo sai, esiste, cavolo ci sei stato, eppure resta talmente morbida da sembrare irreale.

 Probabilmente è stata costruita così di proposito, proprio per lasciare ‘sto tipo di sensazione, anche perché se uno ci pensa è vero che Las Vegas non esiste! Cioè, è composta dalle ricostruzioni di varie città: un pezzo è New York, un pezzo Venezia, uno Londra, uno Parigi e un altro Roma… quindi tu hai la sensazione di passare in continuazione da un sottomondo all’altro, sapendo di essere in un mondo più grande che li contiene tutti e che mostra però il suo volto solo attraverso sti sottomondi che non sono che imitazioni di altri mondi realmente esistenti. Capito? Appunto. Ecco, Las Vegas è questo. Un sogno che esiste, dandoti la sensazione di non esistere.

 Ed è magari per questo che poi qui la gente si lascia andare alle follie più strane… ti prendono da sveglio e ti ficcano in un posto che sembra stare in una realtà parallela, e tu di conseguenza ti comporti.

 Comunque, ci siamo goduti il sole, ci siamo divertiti, soprattutto Fabiana, io non sono riuscito a mettere il record al mini basket ma una sera con Alessio abbiamo anche vinto al casinò del Cesar Palace: quaranta dollari. Che magari saran pochi, ma intanto noi abbiamo vinto!

 Via da Las Vegas ci siamo diretti verso il Grand Canyon. La strada è un bel po’, come sempre da questa parte degli Stati Uniti, e come sempre stracolma di panorami incredibili.

 Arrivati siamo rimasti un po’ interdetti, dubbiosi; ci aspettavamo un territorio arido ed invece qui è tutto di un verde tanto lussureggiante da far invidia alle foreste pluviali del centro America. Vabbè, il Grand Canyon è un parco naturale al quale si può accedere pagando un biglietto che poi si potrà riutilizzare per entrare ed uscire per una settimana. Che uno pensa, o per lo meno così ho pensato io: una settimana? Per vedere un Canyon?? Ecco. Si. Basta fare qualche chilometro con la macchina e BOOOM!

 Così, d’improvviso, la più straordinaria meraviglia che i miei occhi abbiano mai potuto vedere per il mondo. Niente, lo giuro, niente di quello che io in dieci anni di viaggi ho conosciuto gli può essere paragonabile. Una gola di quasi 5000 km quadri, immensa, sconfinata, scavata dal fiume Colorado, interrotta da niente, se non dal volo delle aquile.

 Solo una cosa al mondo gli somiglia in potenza: gli oceani. È immobile, e nonostante questo mentre gli sei di fronte tu hai la sensazione di stare a guardare un qualcosa di più potente di un oceano.

 Mi aspettavo uno spacco nella terra, dove farsi una passeggiata e scattare due foto, ho trovato una vallata più grande del Molise. Impressionante.

 Salto un po’ di massi e mi siedo su una roccia, guardo, e guarda anche Fabiana; dietro di noi poco dopo arrivano due americani, ci studiano, roba di un attimo, poi puff, e sono persi anche loro. Sei fermo, siamo fermi, tutti, proprio come il canyon, eppure sembra di andare a mille all’ora. Il fatto è che il tempo di solito si misura in ore, in minuti, comunque in ticchettii, qui invece va a battiti. Va a respiri.

 Ogni tanto un’aquila, ogni tanto una voce, sempre, e forte, il sole. È per questo, PER QUESTO, che mi metto le scarpe e muovo i piedi ogni volta. Nient’altro che per questo. Splendore.

 Salto Flagstaff, il suo motel, i suoi panini e le sue ciambelle, l’emozione di guidare per la Route 66 e salto anche Needles e il suo caldo. Anche, se non soprattutto, perché poco senso avrebbe parlare quando si è da poco visto un tramonto in questa zona del mondo. Magia. E per la magia vale da sempre la stessa storia: se si potesse spiegare magia non sarebbe.

 Abbiamo bisogno di tempo per assimilarla, magari nessuno lo sa, ma è chiaro. In macchina silenzi, lunghi, lunghissimi, suona solo Rihanna, e noi glie lo lasciamo fare, finché d’improvviso, con una prepotenza impressionante, non ci si piazza davanti L.A. E una cosa posso garantirla, quando arriva Los Angeles, l’intorno potete anche dimenticarlo. Non ci sono comprimari né comparse, c’è lei, e si prende tutta la scena. Punto.

 È il centro del mondo, per distacco. Qui nasce tutto quello che noi siamo, e ci nasce anche quello che probabilmente diventeremo, e per capirlo basta davvero poco. Non c’è spazio per equivoci. È dominante, totalmente, ed è anche spavalda nel mostrarlo.

Comunque noi abbiamo voglia di mare, quindi di nuovo macchina, interstatale 10 e via a Santa Monica.

È quasi il tramonto, la spiaggia è enorme e il molo è un qualcosa che boh, io ho finito le parole.

 Non so se avete mai visto l'oceano. Se si, sapete, se no, più o meno fa così: TRUUOMM - BUUUSSSH! È forte. Romba! Poi scorre, lungo, e poi tace, un attimo, e da dietro ricomincia. Romba, scorre, tace. A ripetizione.

 Tace un istante, ed è un istante di pura meraviglia. È complicato da sentire, ma se lo noti è come quelle figure che in uno racchiudono un doppio disegno... non puoi più smettere di notarlo.

 Tutto è pieno della nebbia alzata dalla potenza delle onde, dietro le colline il sole tramonta, svelto, e più lunghe delle onde ci sono solo le ombre; la mia, seduta a terra, e quella delle palme.

 C'è anche quella di un bambino in verità, e quella della sua paletta. Scrive, l'onda cancella; riscrive, e l'onda cancella di nuovo. Si arrabbia, grida qualcosa alla mamma lontanissima che ride. Alza le spalle, sorride anche lui e ricomincia. Il mare cancellerà ancora, ma la mamma gli ha sorriso. A lui sembra bastare così.

Sinceramente basta anche a me.

 

 Santa Monica è una cosa incredibile, incredibile è Venice Beach, cosi come Malibù, Bel Air, Beverly Hills, Downtown, Hollywood e tutta l’infinità di altre zone che compongono questa enorme creatura.

 C’è poco da spiegare e molto da vivere, e allora noi viviamo. Su qui se ne dicono tante, ma una a me sembra particolarmente calzante: non sarà il paradiso, ma è pur sempre la città degli angeli.

Wild thoughts!

 È stato bello, davvero. E ancor più bello è stato aver la fortuna di poter valutare la società che poi determina tutte le nostre. Ecco, gli siamo distanti anni luce, ma proprio per struttura. La nostra è una società garantista, strutturata intorno al ruolo della famiglia, qui quello della famiglia è un ruolo molto più marginale. Quando ho sentito che un ragazzo di diciassette anni, per poter studiare, deve accollarsi un mutuo sulle spalle, mi si è subito poggiato un certo tipo di fastidio sulla pelle; e a vederla come la vediamo noi a pochi potrebbe non fare lo stesso effetto. Ma vederla da qui è tutta un’altra cosa.

 Loro non costringono un ragazzo che vuole studiare a prendersi un mutuo, bensì permettono AD UN UOMO di rendersi indipendente e di misurarsi con la realtà cominciando a dare un contributo alla società. Loro ti sfidano, costantemente. E chi investe concedendoti il mutuo, non investe sui beni della tua famiglia; investe su di te. Sui tuoi voti, sui tuoi progetti e sulla tua personalità. Investono sulle idee, sul sogno.

E la questione del sogno è centralissima, quantomeno qui a L.A.

 La California è la terra in cui più cose che per il mondo non sono nulla, riescono a diventare lavoro. Milioni di ragazzi, da qualsiasi parte del globo, ogni anno vengono qui con nient’altro che un’idea, e finiscono spesso col riuscire. E questo perché chi abita qui, per questo tipo di sogno, sembra avere una devozione quasi religiosa. E a questo educano i figli.

 È costante la presenza delle famiglie intorno agli artisti di strada, e qui ce ne sono come da poche altre parti, e spessissimo li vedi mandare i loro bambini a dare il dollaro a chi si esibisce. E chi a uno, chi a un altro, finiscono col darlo a tutti. Anche ai matti che si battono le mani sulla testa.

 E non sembrano farlo neanche per il gradimento dello spettacolo in sé, dato che non sempre è un bel vedere, ma sembra lo facciano per insegnare alla generazione che stanno crescendo che sognare è possibile, e che se hai coraggio di seguire il tuo sogno, qui troverai una società che ti sosterrà. In più, ovviamente, una società che sostiene chi sogna, sosterrà anche tuo figlio domani, quindi insegnando al tuo bambino a sostenere il sogno degli altri, gli stai garantendo il suo. Questa cosa ha del magnifico!

 Che poi, magari roba da sembrar piccola rispetto a 'sto tipo di sogni, ma  anche noi ne abbiamo e uno oggi lo realizziamo: si va allo Staples Center!

 Lo scrivo commosso, mi viene quasi da piangere, ma sono così felice! E lo so che è sempre la stessa storia, ma dentro non mi ci sta, e in più sono convinto che i privilegiati come me siano quasi in dovere di ricordare a tutti quanto straordinaria sia la vita.

 Non molti magari conoscono questo stadio, chi ci gioca dentro, o il nome del signore che porto dietro le spalle... ed è un gran peccato. Comunque: il più bel viaggio che io abbia mai fatto.

 È un continuo, un continuo. Faccio una cosa che sembra insuperabile e subito dopo me ne capita un'altra, e poi un'altra, e un'altra ancora. Un continuo, appunto. E non posso che augurarla a tutti la fortuna di poter vedere così tanto, e di poter cambiare così spesso, tramite gli occhi. Sono così grato!

 Sono felice, e lo ripeto magari anche troppo, che a volte capita che mi rispondano "e grazie al cavolo, se non sei felice tu con la vita che fai"; e semplice sarebbe rispondere che la felicità ha più a che fare con quello che sei che con quello che fai, ma non hanno in fondo ragione? Chi diavolo dovrebbe essere felice se non io?

 Sono un fortunato. Punto. E la mia fortuna più grande sono proprio sti dannati occhi, tra l'altro mezzi ciechi, ma colmi, stracolmi di meraviglia.

 Chiaro è che qualche strana combinazione cosmica ha fatto sì che la mia vita si ficcasse proprio dove sto mare straborda in enormi cascate, ed è per questo che uno poi deve fare in modo di ridare indietro qualcosa. 
 Cominciare da qualche bella parola insieme a qualche sorriso mi è sempre sembrata una buona idea. Sto mondo ha un gran bisogno di persone che sorridono. Io non riesco a smettere!

Papà, sono stato dove giocano i Los Angeles Lakers!


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