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COLORI D’ORIENTE
 6' di lettura

 Dopo le avventure di San Francisco e le nottate passate a Las Vegas, Alessio ci racconta del suo viaggio tra la natura della Thailandia, cavalcando elefanti, toccando tigri e attraversando fiumi in piccole zattere di bambù…

 

Questa volta parliamo di un viaggio completamente diverso. Perché la Thailandia?

 Che dire, secondo me la Thailandia è uno dei posti dove almeno una volta nella vita si deve andare. Le mie aspettative erano alte e devo dire che non le ha minimamente deluse, anzi... Ma la cosa principale che mi ha spinto ad andare è stato il trekking nella giungla, mare a parte ovviamente.

 

Deve essere stata un’esperienza incredibile. Vai, racconta!

Si, un misto tra incredibile e panico..

 Ci siamo diretti subito verso le isole, James Bond Island, il cui vero nome è Koh Tapu (divenuta famosa per un film, appunto, di James Bond), Phi Phi Island e Similan Island.

 Della prima mi colpirono i miliardi di pipistrelli visti in una grotta dove ci portarono con una canoa; ce ne erano talmente tanti che si faticava a vedere le rocce sottostanti. Nelle Phi Phi, che furono distrutte dallo tszunami del 2004, c’è invece una spiaggia divenuta famosa per un film di Di Caprio, ma nulla a che vedere con gli spiedini di granchio del posto: mangiateli, mangiateli, mangiateli!

 A mio avviso le Similan sono le più bella tra tutte, dato che restano incontaminate e si trovano in mezzo all’oceano. Il mare ha un colore tutto suo qui, è perfettamente in sintonia con la natura che lo osserva. C’è armonia ed esplosione!

 

Oltre al mare incantato so che la Thailandia è famosa per i suoi numerosi templi, sei andato a vederne qualcuno?

 Certo! Ho visitato Chiang Mai, famosa per il grande numero di templi e per il Budda d’oro sdraiato e Chiang Rai, che è il luogo dove si incontrano tre stati, Thailandia, Laos e Birmania, punto che viene chiamato “il triangolo d’oro”. Chiang Mai la ricordo per la magia di un tramonto visto proprio dalla cima di uno dei templi più maestosi.

 A Chiang Rai in passato c’era una grande coltivazione di papaveri da oppio che veniva pagato con delle lastre d’oro. Questa città ospita un tempio di un bianco accecante, immenso, e per raggiungerlo si deve attraversare un ponte tra sculture di mani che dalla terra si protendono verso il cielo, che rappresentano le anime dei dannati che chiedono aiuto. La cosa curiosa è che una volta cominciato si può andare solo avanti, e se per un qualsiasi motivo si vuol tornare indietro vieni severamente ammonito dai guardiani.

“Don’t come back to hell” dicono!

È un’incontro tra sacro e profano, tra inferno e paradiso. Ma la parte più bella del viaggio parte da qui... la nostra avventura nella giungla! Con una jeep siamo andati verso il confine con la Birmania, dove si sarebbe svolto poi il trekking. Una volta arrivati ci siamo addentrati nella giungla, eravamo circa otto persone, di cui non si conosceva nessuno.

 Nel tragitto la guida costruiva per noi bacchette e ciotole con delle canne di bambù per mangiare e per la prima volta in vita mia ho cavalcato un elefante, hanno dei peli enormi.

 

Hai cavalcato un elefante e questa è la prima cosa che ti viene in mente?

 Dovrei raccontare di come avevo paura di cadere mentre lui tranquillo prendeva dell’erba a filo degli strapiombi, o come erano pesanti le sue enormi orecchie che sbattevano sulle mie gambe? Questa è una delle parti di panico che vi accennavo.

 

Ok, abbiamo capito che non è un esperienza che faresti di nuovo… Come avete proseguito?

Da fare si, replicare non so.

 Verso le 17 siamo arrivati in un villaggio nel centro della giungla dove vive una tribù. Erano tutti molto ospitali, specialmente i bambini, e abbiamo passato il pomeriggio a giocare con loro.

 Ovviamente non c’era elettricità e l’atmosfera la sera si colorava delle luci delle candele accese. Sapeva tutto un po’ di magia.

 Dopo una zuppa e un paio d’uova per cena ci siamo seduti in cerchio e per passare la serata abbiamo fatto un gioco, sai di quelli che si fanno da piccoli a scuola, tutti per mano... dovevamo passare la parola che ci veniva riferita dal compagno, chi non capiva doveva pagare pegno, ovvero gli altri, dovevano scrivere qualcosa sul suo corpo con i rimasugli della padella con cui avevano cucinato.

 Abbiamo concluso la serata tutti completamente unti e scarabocchiati. È stato davvero divertente.

 Dormivamo in otto/nove persone in capanne in cui camminavano liberamente insetti e che al posto dei materassi avevano delle coperte doppie.

 

Una notte non proprio tranquilla insomma?

Oh con sveglia alle 4.30! immagina…

 Dopo aver fatto colazione ed esserci lavati nelle acque gelide delle cascate (la loro doccia), ci siamo addentrati di nuovo nella giungla; c’era fango ovunque e non facevo altro che cadere, anche Mowgli, la nostra guida, mi prendeva in giro. Così tra una caduta e l’altra, finalmente, siamo arrivati in una capanna dove ci hanno portato il pranzo, che era in un bustone, trasparente, con le mosche che gli giravano intorno.

 

Direi di tralasciare gli aneddoti del pranzo “squisito” e andare avanti se sei d’accordo…

 Concordo. Dopo “pranzo” ci siamo avviati verso una palude dove abbiamo fatto Bamboo Rafting, che consiste nel salire su delle piccole zattere fatte appunto con delle canne di bamboo. Non so se era il nostro peso o funzionava proprio cosi, ma una volta saliti sulle zattere l’acqua ci sommergeva fino a metà busto, per non parlare degli sforzi fatti per rimanere in equilibrio lì sopra. Più che un’esperienza è stata un’avventura.

Anche se la vera avventura in realtà è stata un’altra…

 Prima di andare a Bangkok abbiamo fatto una sosta nel tempio delle tigri, una cosa pazzesca. Siamo entrati nel loro recinto, ho accarezzato una tigre, da non credere. Se ci penso non so ancora come ho fatto ad entrare lì dentro.

 

E della capitale, Bangkok, non mi dici niente?

 In verità la città l’abbiamo trovata afosa, puzzolente, piena di topi e con del cibo immangiabile; abbiamo deciso così di scappare a Ayutthaya, l’antica capitale della Thailandia. Girando la città in bici, siamo arrivati al Wat Phra Mahathat, che è il tempio più importante della città dove c’è la testa del Budda rimasta “incastrata” tra le radici di un albero.

Dicono porti fortuna.

Comunque, qui credo di aver visto la vera Thailandia. Quella che io cercavo, fatta di templi, verde e nuvole.

Seduti su quelle panchine, distesi nel verde di quei prati, puoi ammirare il cielo mentre respiri quella meraviglia che noi, a volte banalmente, chiamiamo natura.

 

“Guarda gli alberi, guarda gli uccelli, guarda le nuvole, le stelle... e se hai occhi potrai vedere che l’esistenza intera è ricolma di gioia. Ogni cosa è felicità pura.”

-Osho.


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